Nel giugno 2026 il Regno Unito ha emesso allerte rosse quando parti del paese hanno raggiunto temperature senza precedenti fino a 37,7°C; a maggio le autorità britanniche avevano già diramato allerte ambra per un record di 35,1°C. Non si tratta di episodi isolati: secondo l’annuncio dell’OMS Europa del 16 luglio, il continente si riscalda a circa il doppio della media globale. E i numeri raccontano un fenomeno strutturale: negli ultimi quattro anni il caldo ha causato più di 200.000 morti, mentre la mortalità legata al caldo è aumentata del 30% negli ultimi vent’anni, come ha ricordato Hans Henri P. Kluge, direttore regionale dell’OMS per l’Europa.
Soglie ambra e rosse: l’architettura dei piani d’azione
Per capire se siamo pronti conviene guardare al meccanismo operativo. Nel 2026 l’OMS Europa ha lanciato la seconda edizione della guida sugli Heat–Health Action Plans, i piani con cui le autorità sanitarie traducono le previsioni meteo in interventi sul territorio. La prima edizione risaliva al 2008. Il principio è una scala progressiva: l’allerta ambra segnala un rischio moderato e attiva la preparazione, mentre l’allerta rossa indica un pericolo sanitario concreto e fa scattare la risposta attiva. Il Regno Unito ne ha mostrato l’applicazione reale: a maggio 2026, con temperature record di 35,1°C, sono scattate le allerte ambra; a giugno, con 37,7°C, le rosse.
Ma ogni protocollo vale quanto i dati che lo alimentano. Le soglie ambra e rosse vanno calibrate sulla vulnerabilità locale e sull’andamento reale dei decessi. Senza numeri affidabili sull’esposizione, il semaforo rischia di restare scollegato dalla realtà.
Un continente che si scalda al doppio: la mortalità è strutturale
Il punto di svolta è stato il 2003, quando in Inghilterra e Galles, Francia, Italia e Portogallo sono stati stimati 22.080 decessi in eccesso durante e subito dopo le ondate di calore estive. Da allora gli eventi si sono intensificati: nel 2024 i decessi legati al caldo in Europa sono stati stimati in quasi 63.000. L’estate 2026, con quattro ondate record consecutive, ha prodotto almeno 35.000 morti in eccesso secondo una stima del Guardian, basata su dati incompleti di appena metà del continente. La cifra reale, per definizione, è più alta.
Se la tendenza è così chiara, resta da capire dove e come il sistema sanitario europeo sia attrezzato per intercettarla. Non basta sapere che il caldo uccide: serve sapere chi, dove e quando, per modulare le soglie e attivare i piani in tempo.
Metà continente senza monitoraggio: il paradosso per chi decide
Ed è qui che emerge il paradosso. Mentre la guida del 2026 offre soglie più precise, la capacità di alimentarle con dati reali resta disomogenea. Secondo un briefing dell’Agenzia europea dell’ambiente, 38 paesi membri e cooperanti monitorano attualmente gli impatti del caldo sulla salute. Ma lo stesso briefing segnala che solo circa la metà dei paesi europei ha un monitoraggio sistematico e che i piani d’azione sono concentrati nell’Europa meridionale e occidentale. In pratica, le aree storicamente più colpite sono più attrezzate, mentre gran parte del continente opera senza dati affidabili.
Il segnale è già visibile nelle cifre ufficiali. Dati raccolti da soli cinque paesi mostrano quasi 10.000 decessi in eccesso attribuibili al caldo; e la stima di 35.000 morti in eccesso dell’estate 2026 si basa su informazioni incomplete da appena metà del continente. Il risultato è un trade-off: procedure aggiornate, ma dati a metà. Il rischio concreto è che gli allarmi ambra e rossi siano corretti sulla carta ma partano in ritardo sul territorio.
La nuova guida offre soglie più precise e un’architettura operativa più raffinata, ma se metà dei paesi europei non monitora sistematicamente gli impatti del caldo, l’azione locale rischia di muoversi in ritardo. Non è un problema di conoscenza del rischio: è un problema di capacità di misurarlo in tempo reale.




