La certificazione Rainforest Alliance convive con il taglio e la bruciatura mentre Bruxelles valuta un nuovo rinvio della legge EUDR
Tra il 2021 e il 2024, la cintura del cacao in Liberia ha perso un’area di foresta più grande del Lussemburgo. Lo documenta l’analisi di Global Witness, l’organizzazione che da anni ricostruisce i percorsi delle materie prime tra Africa occidentale ed Europa. La parte scomoda non è solo il numero. È che tutto il cacao arrivato nell’Unione Europea dai trader e dai cioccolatieri citati nel rapporto è certificato “sostenibile” dalla Rainforest Alliance.
Un Lussemburgo di foreste perse e 20 milioni di chili “sostenibili”
Il paragone con il Lussemburgo non è un artificio retorico: la perdita di foresta nella cintura del cacao liberiana supera i 250.000 ettari registrati da Global Witness. Per dare la scala, è una superficie che nessuna etichetta può nascondere. Secondo Global Witness, il ciclo di deforestazione legato al cacao che ha già distrutto le foreste della Costa d’Avorio e del Ghana si sta ripetendo in Liberia.
Nel frattempo, tra il 2022 e il 2025, più di 20 milioni di chili di cacao liberiano ad alto rischio di deforestazione sono stati importati nell’Unione Europea. Tutti i trader e i cioccolatieri nominati nel rapporto avevano la filiera certificata dalla Rainforest Alliance. Il quesito che il rapporto lascia aperto è secco: come fa un cacao certificato “sostenibile” a varcare i confini europei mentre la foresta arretra? La risposta, stando ai dati raccolti, sta proprio nel modo in cui la certificazione viene costruita: attesta condizioni sulla carta, non quello che accade nei campi.
La certificazione che non certifica: taglia e brucia nonostante l’etichetta
Il paradosso sta in un dettaglio che l’etichetta verde non racconta. Molti piccoli agricoltori liberiani fanno ancora affidamento sul disboscamento con taglio e bruciatura per espandere i propri appezzamenti. Non è una pratica secondaria da risolvere con un progetto pilota: è il motore della deforestazione documentata da Global Witness. La certificazione della Rainforest Alliance, così come è costruita sul campo, convive con il fuoco anziché spegnerlo.
La Liberia è uno dei paesi più poveri del mondo, e il cacao è una coltura da reddito a cui si aggrappano i contadini che cercano di uscire dalla povertà. Questo è il nodo che la sostenibilità dichiarata nei bilanci aziendali non affronta: chi vive sotto la soglia di povertà non brucia la foresta per scelta, ma perché non vede alternative economiche. L’etichetta non modifica quel calcolo. Si limita a fotografarlo mentre continua a funzionare, e anzi lo rende più difficile da contestare: un consumatore che compra un prodotto certificato “sostenibile” difficilmente immagina che dietro ci sia un appezzamento ripulito col fuoco.
E mentre i contadini liberiani dipendono dal cacao per sopravvivere, a Bruxelles si decide se concedere altro tempo. La partita vera non è nei campi, è nei corridoi delle istituzioni europee.
Il rinvio dell’EUDR e la frattura tra i big del cioccolato
Il fronte si sposta a Bruxelles, dove il regolamento europeo sulla deforestazione — l’EUDR — è già stato rinviato una volta. Il Parlamento europeo ha adottato il regolamento originale il 19 aprile 2023, pensato per combattere il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità prevenendo la deforestazione legata al consumo europeo di cacao, caffè, olio di palma, soia, legno, gomma e prodotti bovini. Ma a settembre 2025 la Commissione europea ha proposto un ulteriore rinvio di un anno.
La frattura industriale è esplicita. Già a luglio 2025, secondo Global Witness, il rinvio di 12 mesi voluto da Mondelēz si è scontrato con la posizione di Nestlé, Danone e Ferrero, che in una lettera congiunta hanno chiesto di mantenere la data di applicazione originale di dicembre 2025. Mentre i trader litigano sui calendari, la foresta liberiana continua a bruciare: chi paga il prezzo di un altro rinvio?
La prossima mossa non è nei campi di cacao, ma nelle aule di Bruxelles. Se il rinvio diventa definitivo, il cacao ad alto rischio continuerà a entrare nell’UE con un’etichetta verde. Resta aperta la domanda: per chi è davvero “sostenibile” questa filiera?




