L’obiettivo locale di emissioni nette zero al 2038 e le aperture alle trivellazioni nel Mare del Nord
Lo scorso luglio il primo atto ufficiale del governo Burnham non è stato un piano di decarbonizzazione ma la rimozione dell’IVA dalle bollette elettriche domestiche: una leva fiscale immediata per alleviare l’impatto dei costi energetici in aumento. Nel suo primo incontro di gabinetto, dopo un rimpasto andato avanti fino a tarda notte, Burnham aveva esortato il team appena nominato ad agire come un “governo del costo della vita”. Un dettaglio da ragioniere, non da rivoluzionario, che rivela più di mille promesse.
L’IVA azzerata: un segnale da ragioniere, non da rivoluzionario
Il gesto è misurabile e circoscritto: via l’IVA dalle bollette elettriche domestiche. Per chi ragiona in kWh, è un alleggerimento della componente fiscale in bolletta, non una modifica della struttura dei costi dell’energia. Il nuovo esecutivo — con Miatta Fahnbulleh alla guida del DESNZ e Angela Eagle di ritorno al Defra — ha scelto di partire dal prezzo finale pagato dalle famiglie, non dalla strategia energetica. La priorità immediata è il costo della vita, non la generazione né la rete. Ma sotto la superficie c’è la partita energetica vera, quella che Burnham non ha ancora aperto.
L’eredità verde contro il rumore delle trivelle
Dietro la leva fiscale si nasconde la decisione industriale più delicata del nuovo corso. Da sindaco della Greater Manchester, Burnham ha costruito un curriculum climatico concreto: ha fissato l’obiettivo locale di emissioni nette zero al 2038, ha ampliato e avviato l’elettrificazione dei servizi di autobus e ha intrapreso programmi di isolamento domestico. Nella raccolta di dichiarazioni di Carbon Brief sul clima, aveva affermato: «Labour under my leadership will never turn our back on either our duty to tackle climate change or the prospects offered by the green economy».
Ora quell’eredità deve convivere con le voci — non smentite — sui piani di Burnham di sostenere nuove trivellazioni di petrolio e gas nel Mare del Nord. La decisione riguarda in particolare i giacimenti di Jackdaw e Rosebank al largo della costa nord-orientale della Scozia, gli stessi che Ed Miliband aveva descritto come “vandalismo climatico” con riferimento alla licenza di Rosebank.
Nel frattempo, il consenso politico sul net zero si è frammentato. Il risultato è un’ambiguità che non è più solo comunicativa: è una posta in gioco industriale. Per chi progetta o installa impianti — un fotovoltaico residenziale, una pompa di calore, una colonnina di ricarica — la variabile che conta non è il segnale del giorno ma la prevedibilità del quadro regolatorio e dei prezzi dell’energia nel medio termine. E su questo, l’ambiguità tra l’eredità verde del sindaco della Greater Manchester e le aperture alle trivellazioni del primo ministro
pesa più di qualsiasi dichiarazione.
Agricoltura come sicurezza nazionale: il clima entra nel perimetro della difesa
Mentre il petrolio divide, un altro dossier impone chiarezza: il legame tra clima e filiera alimentare. Angela Eagle, segretaria del Defra, ha affermato che l’agricoltura deve essere trattata come una priorità di sicurezza nazionale al pari di energia e difesa, e ha annunciato nuovi sostegni per gli agricoltori che affrontano costi crescenti, eventi meteorologici estremi e bluetongue.
È un passaggio che sposta il frame: il clima non è più un capitolo ambientale separato, ma un rischio sistemico dentro la sicurezza economica e alimentare del Paese. Se l’agricoltura è sicurezza nazionale e il clima è il suo primo rischio, quanto può restare aperta la partita su Jackdaw e Rosebank?
Per chi installa e gestisce impianti — dal fotovoltaico distribuito alle colonnine per bus elettrici — il messaggio è uno solo: la direzione di marcia non sarà decisa dalle dichiarazioni, ma dalla decisione su Jackdaw e Rosebank. Lì si capirà se il costo della vita include anche il costo del clima.




