Il 58% delle razze non ha rilevazioni recenti, rendendo impossibile misurare l’esatta portata dell’emergenza
Il 63 per cento delle razze di bestiame locale di cui conosciamo lo stato è a rischio estinzione. Ma siamo certi che sia solo il 63 per cento? La percentuale di razze a rischio è stata calcolata su appena il 51 per cento delle razze censite: per l’altra metà, semplicemente, non ci sono dati aggiornati. Se vi state chiedendo quante razze potrebbero essere già scomparse senza che nessuno se ne sia accorto, la risposta è contenuta in un altro rapporto della FAO: il 58 per cento delle razze ha uno stato di rischio sconosciuto proprio perché mancano rilevazioni recenti. È un paradosso che assomiglia a una confessione: l’erosione genetica del bestiame è un’emergenza di cui non sappiamo misurare l’esatta profondità.
Erosione invisibile
Già tra il 2005 e il 2016, la percentuale di razze classificate a rischio era salita dal 15 al 17 per cento, secondo la FAO. Un incremento apparentemente contenuto che però racconta una dinamica tutt’altro che sotto controllo. Le popolazioni di ruminanti indigeni nel Sud del mondo sono sempre più colpite dall’erosione genetica: declino demografico, incroci non gestiti e sostituzione con razze esotiche ad alta produttività stanno svuotando un patrimonio genetico che si è evoluto per generazioni. Lo scorso novembre, un’inchiesta pubblicata da Mongabay India ricordava che le razze autoctone di bestiame sono meglio adattate a condizioni climatiche difficili proprio perché si sono plasmate in quegli ambienti ostili. Quando le perdiamo, perdiamo anche la capacità di allevare animali che sopportano caldo, siccità e foraggi poveri senza crollare.
Eppure, esistono soluzioni dimenticate che potrebbero invertire la tendenza, ma sono bloccate da un’altra forma di negligenza. Mentre il dibattito pubblico si concentra sulle emissioni della zootecnia e sulle diete alternative, rimane in ombra un pezzo elementare della questione: cosa mangiano gli animali che già abbiamo, e quanto potremmo ridurre le emissioni semplicemente cambiando la loro dieta.
Soluzioni dimenticate
La risposta sta in una famiglia di piante che la ricerca chiama «specie foraggere trascurate e sottoutilizzate». Lo studio pubblicato nei giorni scorsi su Nature da un gruppo di ricercatori sintetizza decenni di evidenze: alcune leguminose ricche di tannini come la Leucaena leucocephala riducono le emissioni di metano enterico fino al 61 per cento, senza compromettere l’ingestione di cibo. Il dato è di Piñeiro-Vázquez e colleghi, ed è del 2018. Non è una scoperta dell’ultima ora, ma una conferma che circola da otto anni senza tradursi in politiche agricole su larga scala.
Non stiamo parlando di soluzioni sperimentali chiuse in un laboratorio. Nella contea di Embu, in Kenya, il tasso di adozione del foraggio Calliandra ha raggiunto l’86 per cento, secondo uno studio di Tuwei e colleghi pubblicato nel 2019. Gli allevatori l’hanno adottato perché hanno visto migliorare la produzione di latte e la qualità del letame. In altre aree, capre indigene che consumano Stylosanthes guianensis con il 15-18 per cento di proteina grezza ottengono guadagni di produttività fissando azoto atmosferico e riducendo la dipendenza dai fertilizzanti sintetici, come documentato da Connell e colleghi già nel 2010. Sono soluzioni a basso costo, validate empiricamente, che funzionano proprio con gli animali che stiamo lasciando scomparire.
E allora perché restano confinate a esperienze locali? La risposta è in un lavoro di Burkart e Mwendia del 2024 citato nello stesso studio: i sistemi di sementi foraggere in Africa orientale e Asia rimangono profondamente sottosviluppati rispetto alle colture alimentari di base. Poche varietà registrate, nessun controllo di qualità, costi di importazione proibitivi. Non manca la conoscenza agronomica: manca un mercato che la distribuisca. È un problema di infrastruttura istituzionale, non di innovazione tecnologica. Mentre le grandi colture cerealicole hanno filiere sementiere consolidate da decenni, le piante che potrebbero rendere l’allevamento più efficiente e meno impattante sono lasciate all’iniziativa individuale di qualche agricoltore.
Il conto alla rovescia
Mentre queste soluzioni restano confinate ai margini, il clima non aspetta e la pressione sui sistemi di allevamento cresce. Uno studio pubblicato quest’anno su Frontiers in Animal Science fotografa la situazione in Asia meridionale: il cambiamento climatico rappresenta una grave minaccia per i sistemi di allevamento in un’area dove milioni di famiglie rurali dipendono dall’agricoltura animale per la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza. Se a questo si aggiunge che proprio le razze indigene sono le più adatte a resistere a condizioni climatiche estreme, il cerchio si chiude in una domanda scomoda: stiamo investendo nella protezione di chi sarà davvero colpito, o stiamo finanziando soluzioni pensate per sistemi industriali che non rappresentano la realtà di gran parte dell’allevamento mondiale?
C’è un’iniziativa che prova a rispondere a questa domanda. Lo scorso anno, l’International Livestock Research Institute (ILRI) ha lanciato un programma finanziato dal Global Methane Hub e dal Bezos Earth Fund con l’obiettivo di migliorare il bestiame indigeno per ridurre le emissioni rafforzando al tempo stesso produttività, sicurezza alimentare e resilienza climatica per milioni di piccoli agricoltori in Africa. L’intenzione è sensata: anziché sostituire le razze locali con animali esotici più produttivi ma fragili, si investe per potenziare ciò che già esiste ed è adattato. Ma un conto è l’annuncio, un conto è l’attuazione. Con quali risorse operative verrà estesa a centinaia di migliaia di villaggi una rete di distribuzione di sementi foraggere che oggi non esiste? Con che tempi si formeranno i tecnici locali in grado di accompagnare gli allevatori nella transizione? E soprattutto: quanto è realistica una strategia che punta sul miglioramento genetico quando mancano ancora i dati sullo stato di rischio di quasi sei razze su dieci?
La domanda non è se abbiamo le soluzioni. I tannini che abbattono il metano, le leguminose che fissano l’azoto, le razze che resistono alla siccità: tutto questo esiste ed è documentato. La domanda è se sapremo distribuirle prima che l’erosione genetica renda il bestiame indigeno un ricordo e i piccoli allevatori vengano abbandonati al loro destino climatico. Al momento, i numeri dicono che stiamo perdendo razze a un ritmo che nemmeno riusciamo a misurare con precisione. Mentre discutiamo di scenari al 2050, c’è un 58 per cento di razze di cui non sappiamo nulla. Potrebbe essere già lì, sotto i nostri occhi, la prossima estinzione silenziosa.




