La regione stanzia fondi per ricerca e sviluppo senza vincoli tecnologici, rischiando di disperdere risorse in micro-progetti

Cinque milioni di euro per la ricerca energetica in Basilicata. Sembrano tanti, ma nel mondo delle rinnovabili comprano a malapena un parco fotovoltaico da 6 megawatt senza storage. Mentre a Torino si preparano 40 milioni solo per le tecnologie STEP, e in Sardegna un pre‑commercial procurement da 8 milioni punta a soluzioni che ancora non esistono. Tre bandi, tre approcci: e chi installa pannelli e batterie aspetta di capire quando questi soldi diventeranno impianti veri.

La Regione Basilicata ha aperto nei giorni scorsi un bando per progetti energetici, con una dotazione di 5 milioni dal Fondo Sviluppo e Coesione 2021‑2027. La misura finanzia attività di ricerca e sviluppo senza circoscrivere un perimetro tecnologico: possono candidarsi imprese e organismi di ricerca con idee che spaziano dalle rinnovabili agli accumuli, dall’efficienza alla mobilità elettrica, purché rientrino nella definizione ampia di “tecnologie energetiche”. Nessuna priorità strategica dichiarata, nessuna taglia minima di impianto, nessun vincolo sul livello di maturità tecnologica: un bando che tiene la porta aperta a tutti, ma che proprio per questo rischia di disperdere risorse già esigue su decine di micro‑progetti.

Cinque milioni sono una cifra concreta: nel mercato delle rinnovabili italiane un impianto fotovoltaico a terra chiavi in mano costa circa 800‑900 mila euro per megawatt. Senza accumulo, quei 5 milioni basterebbero per un parco da 6 MW, una taglia ormai standard per investitori e utility. Con le batterie, il budget scende sotto i 3 MW. Parliamo quindi di un intervento che, se indirizzato a realizzare impianti fisici, avrebbe un impatto limitato perfino su scala locale. Se invece quei soldi finanziano solo studi di fattibilità e prototipi da laboratorio, il salto verso la produzione di chilowattora puliti si allontana ulteriormente.

Piemonte e Sardegna: la scommessa sulle tecnologie abilitanti

Mentre la Basilicata tiene la porta aperta a tutti, altre regioni stanno facendo scelte molto più mirate. La Regione Piemonte ha annunciato due linee di intervento distinte. La prima, coperta dal bando Swich, mette a disposizione 40 milioni di euro per l’innovazione energetica rivolta a imprese e organismi di ricerca: rinnovabili, accumuli, reti e comunità energetiche. La seconda, anticipata da un pre‑informativo già diffuso, è un bando da 40 milioni per tecnologie STEP – acronimo che indica le tecnologie strategiche per l’Europa: idrogeno verde, materiali avanzati per il solare, nucleare di nuova generazione, batterie. Qui l’asticella si alza: non basta fare ricerca, bisogna portare i risultati fino all’industrializzazione, con un percorso che va dal prototipo al prodotto commerciale.

La differenza di approccio è netta. La Basilicata distribuisce risorse contenute su un perimetro ampissimo, senza guidare le imprese verso tecnologie abilitanti o filiere industriali riconoscibili. Il Piemonte sceglie due corsie: una più generalista ma robusta finanziariamente, l’altra vincolata a un elenco preciso di tecnologie strategiche, con l’obbligo di arrivare a risultati industrializzabili. La Sardegna punta su un procurement che forza la collaborazione tra enti pubblici e sviluppatori, ma su scala ridotta e con un meccanismo ancora poco diffuso in Italia. Tre modi diversi di interpretare lo stesso problema – come accelerare l’innovazione energetica – che però generano un quadro nazionale frammentato, dove ogni territorio corre per conto proprio.

Chi installa aspetta

Per un progettista o un installatore di impianti la domanda è una sola: questi bandi accelerano l’arrivo di tecnologie installabili sul tetto di un capannone o dentro una cabina di trasformazione, oppure finanziano l’ennesimo pilota che non uscirà mai dalla carta? Senza una regia nazionale che coordini le risorse e imponga obiettivi misurabili in termini di potenza installata o chilowattora prodotti, il rischio è che i 5 milioni della Basilicata e i 40 del Piemonte restino due mondi separati, alimentando un’Italia a due velocità. Chi vive di cantieri, intanto, aspetta di vedere quando quei soldi diventeranno moduli fotovoltaici, inverter e batterie da collegare alla rete.

La transizione energetica italiana ha bisogno di meno bandi‑fotocopia e più strategie industriali coordinate. Senza una visione comune, le risorse pubbliche rischiano di frantumarsi in centinaia di progetti che non raggiungono la massa critica, mentre l’installatore continua a lavorare con le tecnologie di oggi e il salto verso quelle di domani rimanda l’appuntamento.