Il fondo per perdite e danni ha 198 richieste, ma non sono progetti finanziati

Alla COP30 di novembre 2025, il Fondo per la risposta a perdite e danni (FRLD) ha aperto la sua prima call: circa 198 richieste di finanziamento, di cui 176 sono entrate nella pipeline formale. A Dhaka, lo scorso 21 luglio, è iniziato un workshop di due giorni su politica, governance e finanza climatica, sostenuto dall’ambasciata norvegese, per rafforzare la capacità del Bangladesh di muoversi nei meccanismi della finanza climatica e del loss and damage. I due dati descrivono lo stesso nodo: non manca soltanto il denaro,
manca la capacità tecnica di chiederlo.

Un fondo da 198 richieste

La promessa finanziaria esiste da tempo. Già alla COP28 di Dubai, nel 2023, la Norvegia ha promesso 270 milioni di corone norvegesi, circa 25 milioni di dollari, al fondo appena istituito. Ma una promessa non equivale a un trasferimento automatico: la prima call del FRLD è arrivata solo alla COP30 di novembre 2025 e l’accesso al Loss and Damage Fund si è dimostrato fortemente competitivo, con 198 richieste di finanziamento da paesi in via di sviluppo nella prima call. Una richiesta in pipeline non è un progetto finanziato; per passare dalla domanda al contratto servono competenze di governance e finanza climatica che molti paesi vulnerabili non hanno ancora costruito.

La cifra di 176 richieste entrate nella pipeline formale va letta con attenzione: non indica progetti approvati, ma pratiche che hanno superato una prima verifica. Il passaggio successivo richiede esattamente capacità progettuale, amministrativa e di rendicontazione.

Imparare a chiedere

Il workshop di Dhaka nasce da un accordo di sovvenzione firmato il 7 luglio 2026 tra l’ambasciata norvegese a Dhaka e la ADAMS Foundation. È co-organizzato dal Bangladesh Climate Change Trust (BCCT) e dalla stessa ADAMS Foundation, con il supporto della Norvegia, e punta a costruire prontezza tecnica e istituzionale per accedere, gestire e utilizzare in modo efficace i finanziamenti per perdite e danni. Alla partnership partecipa l’International Centre for Climate Change and Development (ICCCAD), che porta competenza tecnica riconosciuta su adattamento e loss and damage.

Il paradosso è che il Bangladesh è in prima linea rispetto agli impatti climatici, ma deve comunque formare personale e istituzioni per chiedere fondi pensati proprio per chi subisce perdite e danni. Non è un intervento isolato: in parallelo, dal 2023 al 2026, ADAMS, ICCCAD e Germanwatch portano avanti un progetto finanziato dal ministero federale tedesco per la cooperazione economica e lo sviluppo (BMZ), a conferma che il deficit di capacità è un problema strutturale. Il workshop di due giorni è un tassello mirato dentro un percorso lungo, non una soluzione istantanea.

Dietro le formule istituzionali, il lavoro da fare è concreto: costruire proposte che rispettino i criteri del fondo, impostare una governance credibile, gestire i flussi finanziari e rendicontare. Sono competenze che si accumulano con la formazione tecnica, non con un semplice annuncio.

La prima linea è l’ultima a essere finanziata

La domanda non è retorica: i dati storici raccontano che proprio il livello locale e di prima linea riceve quasi nulla. Storicamente pochissimi finanziamenti per il clima raggiungono il livello locale e di prima linea in Bangladesh, e il finanziamento per le iniziative a livello locale è stato allarmantemente basso. È il paradosso strutturale: l’impatto più immediato si produce nei villaggi e nei territori esposti, ma le risorse tendono a fermarsi prima di arrivarci.

Il workshop di Dhaka è necessario ma non sufficiente. Il vero banco di prova sarà se la capacità costruita in questi due giorni riuscirà a far passare i progetti attraverso il filtro competitivo del fondo e a portare risorse davvero sui fronti più esposti. Fino a quel momento, le 176 richieste in pipeline restano una possibilità di accesso, non una garanzia di arrivo.