Droni per identificare le balene dagli calli cranici, ma i dati restano frammentati.
Più di 3.000 immagini di balene franche australi sono già in catalogo, eppure la specie resta in pericolo critico in Victoria. Lo scorso 10 luglio gli Eastern Maar hanno avviato un programma di ricerca dedicato alla balena franca australe che parte proprio da questo paradosso; a metà luglio ne dava conto la cronaca costiera che ha seguito l’iniziativa.
Il paradosso dei 3.000 scatti
La contraddizione è immediata. Per una specie seguita da decenni, lo status giuridico racconta una storia ben più severa: la balena franca australe è elencata come in pericolo a livello nazionale ai sensi dell’Environment Protection and Biodiversity Conservation Act e in pericolo critico in Victoria ai sensi del Flora and Fauna Guarantee Act. Non si tratta di etichette simboliche: sono gli strumenti normativi che dovrebbero definire priorità e tutele.
Per il popolo Eastern Maar, le balene sono conosciute come Koontapool. Il nome non è un dettaglio: racconta un legame culturale che precede le classificazioni giuridiche. Ma se i dati non mancano, la domanda è cosa serva davvero per proteggere la specie. La risposta potrebbe arrivare proprio da chi la chiama Koontapool.
Koontapool: l’impronta digitale e il drone
Proprio da quel legame nasce l’iniziativa concreta. La Eastern Maar Aboriginal Corporation, EMAC, ha costruito il programma intorno a un dettaglio anatomico: ogni balena franca australe ha un pattern unico di callosità bianche sulla testa, simile a un’impronta digitale. Il metodo scelto usa quei segni come carta d’identità individuale.
Il personale EMAC, formato sia all’uso dei droni sia alla foto-identificazione, fotografa i pattern dall’alto per seguire i singoli esemplari nel tempo. È un metodo non invasivo, spiega la EMAC, che non disturba gli animali. Il sindaco di Warrnambool, Cr Ben Blain, ha accolto con favore il programma: «È un’iniziativa eccezionale da parte di EMAC», ha detto. Per Blain, le balene franche australi sono «un simbolo iconico del South West», significative sia per gli Eastern Maar sia per l’intera comunità; restano in pericolo, e più informazioni si raccolgono su comportamento ed ecologia, meglio si potrà garantirne la sopravvivenza a lungo termine.
Ma l’entusiasmo locale è solo una parte della storia. Il programma EMAC non opera nel vuoto: deve confrontarsi con un panorama di monitoraggio già affollato.
Tre banche dati, una specie: chi coordina?
Accanto al nuovo programma ci sono infatti altri attori con decenni di dati e immagini. Il catalogo fotografico SEA SRW PIC contiene oltre 3000 immagini di centinaia di individui. DEECA registra gli avvistamenti di balene in Victoria da molti decenni. DEECA e l’Arthur Rylah Institute raccolgono immagini tramite droni delle balene franche australi fin dal 2017 e collaborano da poco con la Deakin University su questa parte del programma.
Più archivi, una sola specie, nessuna regia dichiarata. La domanda, a questo punto, è una sola: chi mette in dialogo questi dati, con quali tempi e con quali risorse? La risposta determinerà se i 3.000 scatti diventeranno uno strumento di sopravvivenza o un archivio di buone intenzioni.
La ricerca Eastern Maar è un passo avanti, ma senza coordinamento rischia di aggiungere un tassello a un puzzle già ricco di pezzi. La sopravvivenza della balena franca australe dipenderà dalla capacità di far dialogare i dati — e da chi avrà la regia di quel dialogo.




