Il processo di selezione del segretario Onu è bloccato dal diritto di veto dei cinque membri permanenti
Tra il 2014 e il 2018, mentre buona parte del mondo discuteva di target lontani, il Cile faceva qualcosa di più concreto: la quota di fonti rinnovabili nel mix energetico nazionale passava dal 6% al 17% in quattro anni. Dietro quel balzo c’era la presidenza di Michelle Bachelet, una leader abituata a maneggiare dossier ambientali e politiche industriali. Oggi, a otto anni dalla fine di quel mandato, il suo nome circola insistentemente tra quelli che potrebbero raccogliere il testimone di António Guterres al vertice delle Nazioni Unite. E allora la domanda viene quasi da sé: quanto vale quel record di balzo delle rinnovabili cilene in un’arena dove il potere non si misura in megawattora, ma in sigilli su un foglio?
Il balzo cileno e l’ombra del palazzo di vetro
La cifra ha il pregio della chiarezza. In quattro anni, la rete elettrica di un paese di quasi venti milioni di abitanti ha più che raddoppiato la presenza di sole, vento e acqua nel proprio paniere energetico. Non è un dettaglio per addetti ai lavori: è la prova che un governo, quando allinea incentivi, regole e volontà politica, può accelerare una transizione che altrove procede a singhiozzo. Bachelet non era sola in quell’impresa — ci furono ministri, tecnici, condizioni di mercato favorevoli — ma la regia politica portava la sua firma.
Portare quel curriculum al trentottesimo piano del Palazzo di Vetro sembrerebbe la mossa più logica per un’organizzazione che, con Guterres, ha messo la crisi climatica al centro di ogni discorso inaugurale e di ogni rapporto. Il Segretario Generale uscente ha fatto della difesa del clima un tratto distintivo del suo mandato, trasformando discorsi e plenarie in un megafono per la scienza dell’IPCC. Eppure, tra la logica e la realtà, in mezzo ci stanno cinque poltrone e un regolamento che non perdona.
Il veto che decide il clima
Il percorso che porta un candidato a diventare Segretario Generale dell’Onu è uno dei meccanismi più opachi e politicamente blindati della diplomazia internazionale. La selezione del Segretario Generale non è un’elezione aperta, né una competizione a punti. Per essere scelto, un nome deve ottenere almeno nove voti nel Consiglio di Sicurezza, ma soprattutto non deve incassare neppure un veto da parte di uno dei cinque membri permanenti. Il voto è a scrutinio segreto, le consultazioni informali, e ogni delegazione ha in tasca un potere di interdizione assoluto. Basta un “no” — o anche un “forse no” fatto capire nei corridoi — per affondare una candidatura.
Tradotto in termini climatici: chiunque sieda tra i cinque membri permanenti ha la possibilità di bloccare un Segretario Generale percepito come troppo ambizioso sulla decarbonizzazione. Non serve dichiararlo in pubblico. Basta che il candidato abbia un passato scomodo, un report sgradito, un’alleanza diplomatica che minaccia contratti energetici in essere. Il risultato è che il processo di nomina, pensato per garantire la pace e la sicurezza internazionali, diventa di fatto un’arena in cui anche la politica climatica si negozia — o si silenzia — attraverso il diritto di veto.
Guterres lo ha capito presto e ha spinto sull’acceleratore retorico, consapevole che il suo successore potrebbe non avere lo stesso spazio di manovra. Ma proprio la scelta del successore rischia di trasformarsi in una partita a scacchi in cui l’impegno climatico di Guterres non è più un punto di partenza condiviso, bensì un terreno di scontro. Se ogni candidato credibile sul fronte della transizione energetica può essere fermato da un singolo Stato che difende i propri interessi nelle fonti fossili, allora la leadership climatica dell’Onu non dipende dalla scienza, ma da calcoli geopolitici che con il clima hanno poco a che spartire.
Chi guadagna tempo, chi perde la corsa
Questa dinamica produce vincitori e vinti silenziosi. I produttori di petrolio, gas e carbone non hanno bisogno di dichiarare guerra agli accordi di Parigi: gli basta assicurarsi che chi siede al vertice dell’Onu non abbia la forza politica per trasformare gli appelli in pressione concreta sui governi. Ogni anno guadagnato è un anno in cui gli investimenti nelle infrastrutture fossili continuano a generare rendite, mentre la regolamentazione internazionale resta al palo. Per le imprese che invece scommettono sulle rinnovabili — fondi d’investimento, utility, produttori di tecnologie pulite — il messaggio è meno rassicurante: il rischio politico è altissimo, perché l’agenda verde può essere fermata da un voto che non si può appellare.
E i cittadini? Subiscono il ritardo. Lo subiscono sotto forma di incentivi che tardano ad arrivare, di reti elettriche che restano inadeguate, di bollette che continuano a ballare al ritmo del prezzo del gas. La transizione energetica non è un dibattito astratto tra diplomatici: è la differenza tra un quartiere che respira aria pulita e uno che convive con le polveri sottili, tra un’azienda che assume ingegneri per progettare impianti eolici e una che chiude perché l’energia costa troppo. Quando un organismo come l’Onu perde la capacità di orientare questa trasformazione, il costo non lo pagano i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Lo pagano i bilanci familiari e i pronto soccorso.
Resta una domanda che nessuna risoluzione ha ancora sciolto, e che aleggia su ogni scrutinio segreto: può un’organizzazione nata per prevenire le guerre tra Stati vincere la battaglia del secolo senza cambiare le sue stesse regole? Per ora, la risposta è scritta in controluce nei veti incrociati che già cominciano a circolare sottotraccia. Il pallino della transizione energetica rischia di restare fuori dall’ufficio del Segretario Generale, prigioniero delle stesse procedure che dovrebbero garantire la pace. E per i cittadini e le imprese che scommettono sul verde, l’attesa rischia di diventare un lusso insostenibile.




