I lipidi microbici da scarti organici potrebbero sostituire l’olio di palma, ma il costo è 10-14 dollari al chilo
Se domani l’olio di palma sparisse dal mercato europeo, cosa metteremmo dentro biscotti, margarine, saponi e biocarburanti? La domanda non è retorica. Entro il 2030, stando a quanto riferisce NoPalm Ingredients, serviranno 22 milioni di tonnellate aggiuntive di olio di palma — la domanda cresce del 4% ogni anno — ma le nuove regole europee sulla deforestazione (EUDR) minacciano di escludere l’83% delle forniture attuali. Il problema è duplice: ambientale ed economico. Da una parte c’è la deforestazione tropicale, dall’altra la prospettiva di prezzi in salita per consumatori e aziende. Una possibile via d’uscita arriva da un settore che con la palma non ha nulla a che fare: la biologia sintetica. Secondo quanto riporta lo studio appena pubblicato su Nature Food, i lipidi prodotti da microrganismi a partire da rifiuti organici potrebbero sostituire quelli vegetali. Con una stima però che raffredda gli entusiasmi: il prezzo minimo di vendita si aggira tra i 10 e i 14 dollari al chilo, ben al di sopra delle quotazioni attuali dell’olio di palma.
L’effetto EUDR: un mercato in tensione
Dietro la sigla EUDR (European Union Deforestation Regulation) c’è un meccanismo che promette di tagliare fuori dal mercato comunitario qualsiasi prodotto agricolo legato a terreni disboscati dopo il 2020. Per l’olio di palma, è un colpo frontale. La produzione di massa di questo ingrediente contribuisce in modo significativo alla deforestazione tropicale e da anni l’industria è oggetto di accuse per violazioni dei diritti umani tra i coltivatori. Con l’entrata in vigore delle nuove norme, le aziende europee dovranno dimostrare la sostenibilità delle proprie filiere. L’effetto immediato — scrive NoPalm Ingredients sul proprio sito — sarà l’esclusione di circa l’83% degli approvvigionamenti correnti. Meno offerta disponibile, stessa domanda (se non maggiore): i prezzi, in uno scenario del genere, non possono che aumentare. È in questo spazio — tra un regolatore che stringe e un mercato che ha fame di grassi — che si inserisce la corsa alle alternative.
Ma se l’olio di palma scarseggia, da dove arriverà il grasso che consumiamo? La risposta potrebbe trovarsi nei rifiuti.
Olio dai rifiuti: la promessa che ha un prezzo
A colmare il vuoto potrebbe arrivare una tecnologia che trasforma scarti in lipidi. Il principio è noto da tempo: esistono lieviti, batteri e microalghe oleaginosi in grado di accumulare tra il 20 e l’80% del proprio peso in lipidi. Già nel 2024, uno studio apparso su Scientific Reports aveva selezionato 1.434 ceppi di lievito per la produzione di oli microbici a partire da acidi grassi a catena corta derivanti da rifiuti organici. Ora la ricerca pubblicata la scorsa settimana su Nature Food prova a fare un passo ulteriore: quantificare la materia prima disponibile in Europa e stimare quanto costerebbe davvero produrre lipidi su scala industriale.
I numeri sulla disponibilità sono imponenti. Nel 2023, in Europa, sono state censite 849 milioni di tonnellate di rifiuti umidi potenzialmente utilizzabili per la fermentazione microbica. Da quella massa, il metano recuperabile potrebbe essere convertito in circa 2.100 chilotonnellate annue di fosfolipidi e, passando per il metanolo, in circa 4.900 chilotonnellate di triacilgliceroli. Cifre che basterebbero a coprire una fetta consistente della domanda alimentare e industriale di lipidi. Il problema è il costo: lo studio stima un prezzo minimo di vendita di 14,2 dollari al chilo per i fosfolipidi e di 10 dollari per i triacilgliceroli. Per fare un confronto, l’olio di palma grezzo viaggia su valori nettamente inferiori — oscillando storicamente tra 0,7 e 1,5 dollari al chilo, con picchi raramente sopra i 2 dollari.
La tecnologia c’è, la materia prima non manca, l’impatto ambientale sarebbe ridotto. Ma il mercato è pronto a pagare 14 dollari al chilo un ingrediente che oggi ne costa uno? Qui si apre il paradosso: la sostenibilità ha un prezzo, e per ora quel prezzo è fuori scala.
NoPalm e gli altri: la scommessa dei pionieri
Nonostante i costi, alcune aziende stanno già puntando su questa strada. NoPalm Ingredients, startup olandese, dichiara di riuscire a ridurre l’uso del suolo del 99% rispetto alla palma e di tagliare le emissioni di carbonio del 90%. Numeri che, se confermati su scala industriale, renderebbero il prodotto appetibile per tutte quelle aziende alimentari e cosmetiche che devono rendicontare i propri obiettivi ESG e ridurre l’esposizione a filiere controverse. Ma la convenienza ambientale non sempre coincide con quella di bilancio. La partita è aperta e la domanda è semplice quanto scomoda: sostenibilità o convenienza, cosa sceglierà l’Europa?
Resta la domanda di fondo: chi pagherà il conto della transizione? I produttori, costretti a rivedere le proprie catene di approvvigionamento? I consumatori, che vedranno lievitare il prezzo di prodotti di largo consumo? Oppure gli ecosistemi tropicali, su cui si continuerà a scaricare la pressione di una domanda globale che non accenna a diminuire? L’olio microbico è una strada, non ancora una risposta.




