Dopo il Belize, i mennoniti guardano ai 24.000 ettari del Suriname, coperto di foresta al 90 per cento
In Belize, tra il 2001 e il 2025, sono spariti più di 350.000 ettari di foresta — circa il 20 per cento dell’intera copertura nazionale, secondo Global Forest Watch. Eppure, nel 2023, la Evangelical Mennonite Mission Church ha trasferito altri 2.980 ettari alla Blue Creek Mennonite Church: l’ultimo anello di una catena di cessioni legali che, da anni, trasforma il bosco in terreno agricolo.
Il paradosso della terra promessa
Le prime famiglie mennonite arrivarono in Belize nel 1958, sperando di costruire comunità agricole produttive e vivere in relativo isolamento; si stabilirono nelle comunità di Shipyard e Blue Creek con l’obiettivo di preservare le proprie tradizioni dall’influenza del mondo esterno. Quasi settant’anni dopo, quelle stesse comunità — nate per stare fuori dal mondo — sono diventate uno dei motori del disboscamento.
L’esempio più recente è il trasferimento del 2023: 2.980 ettari passati dalla Evangelical Mennonite Mission Church alla Blue Creek Mennonite Church. Non è un episodio isolato. Nel 2022 la comunità di Spanish Lookout aveva acquistato 2.719 ettari noti come Tiger Sandy Bay, nel mezzo del Maya Forest Corridor. Già nel 2008, circa 1.600 ettari erano stati trasferiti dalla chiesa al trust nella stessa Spanish Lookout. Il paradosso è tutto qui: comunità che cercano isolamento, ma che per mantenersi hanno bisogno di terra sempre nuova. Come si sia arrivati a questo punto lo spiegano i numeri.
La fame di terra in cifre
Il meccanismo è prosaico. Con il passare dei decenni, la popolazione è cresciuta e i terreni agricoli sono diventati scarsi: la domanda di nuovi campi ha spinto le comunità a guardare sempre più in là, e i trasferimenti formali sono diventati il veicolo legale per convertire la foresta in agricoltura. Nei registri ogni passaggio appare pulito — una chiesa cede, un’altra riceve, un trust consolida — ma sul terreno produce disboscamento.
L’intensità della fame di terra si legge nei lotti. Nel 2008 si parla di circa 1.600 ettari. Nel 2022 si sale a 2.719. Nel 2023 si arriva a 2.980. Non è una progressione lineare, ma una corsa in cui ogni cessione legittima la successiva. La stessa Wildlife Conservation Society ha ricordato che, prima dell’acquisto da parte del Maya Forest Corridor Trust, la proprietà di Tiger Sandy Bay era sotto una minaccia tangibile di conversione legale da foresta ad agricoltura. In altre parole, la foresta non è stata abbattuta per caso: è stata messa in vendita, comprata e poi convertita, con atti che hanno la forma della normalità amministrativa.
Se questi sono i numeri, la domanda è quale foresta resta da convertire e chi ne subirà le conseguenze. La risposta, in parte, è già oltre confine.
La frontiera si sposta: dal Belize al Suriname
Famiglie mennonite del Belize potrebbero pagare milioni per insediarsi su circa 24.000 ettari nel distretto di Para, in Suriname, un’area con una copertura forestale di circa il 90 per cento. È la replica, su scala più grande, del modello visto a Spanish Lookout e Blue Creek: se in Belize la foresta è già stata intaccata per un quinto, altrove la corsa alla terra è appena cominciata.
Il fenomeno non riguarda solo due Paesi. Secondo un’inchiesta del Guardian, le comunità mennonite sono state ritenute responsabili di danni ambientali estesi in Messico, Bolivia, Colombia, Belize, Perù e Brasile; e in molti di questi Paesi competono per le terre forestali con le popolazioni locali e indigene. La pressione demografica e la scarsità di suolo non si fermano ai confini del Belize.
Resta una domanda aperta: cosa succederà alle foreste del Suriname e alle popolazioni che le abitano, mentre la domanda di terra agricola continua a crescere? Il modello di espansione mennonita non è un’anomalia del Belize, ma una pressione sistemica sulle ultime frontiere forestali dell’America Latina. La vera incognita è se le istituzioni e le popolazioni locali riusciranno a fermare una conversione che adesso appare solo all’inizio.




