L’iter per le due aree marine protette è stato avviato nel 1982 e confermato dalla legge 394 del 1991

Otto per cento di superficie terrestre, circa 2,5 milioni di ettari; diciotto per cento di superficie marina, circa 6,6 milioni di ettari. È lo scarto, misurato sugli indicatori ambientali dell’ISPRA, che separa la Toscana dall’obiettivo europeo del 30% di territorio protetto entro il 2030. A riaccendere i riflettori su questo ritardo è Legambiente Toscana, in occasione di Goletta Verde: un ritardo che non è solo politico ma misurabile in ettari.

La promessa dei numeri: 30% al 2030, 10% oggi

La Strategia Europea sulla Biodiversità al 2030, adottata anche dall’Italia, prevede di proteggere almeno il 30% delle terre, delle acque interne, delle coste e dei mari entro il 2030, e di tutelarne almeno il 10% in maniera rigida. In Toscana, secondo Legambiente, l’obiettivo è ancora lontano: le aree protette terrestri coprono appena il 10% del territorio. Per colmare il divario servirebbero un ulteriore 8% di superficie terrestre, pari a circa 2,5 milioni di ettari, e un ulteriore 18% circa di superficie marina, pari a circa 6,6 milioni di ettari. Dietro questi numeri però c’è un percorso amministrativo che merita di essere ricostruito.

Il paradosso amministrativo: un iter aperto nel 1982 e mai chiuso

Per capire come si sia arrivati a questo scarto, bisogna guardare alla storia istituzionale. Secondo Carlo Galletti, responsabile natura e biodiversità di Legambiente Toscana, negli oltre dieci anni in cui le competenze per l’istituzione di aree protette sono state attribuite alla Regione è stata istituita solo una Riserva Naturale e qualche sito Natura 2000, contro le 45 Riserve e oltre 150 siti Natura 2000 istituiti quando le competenze erano delle province. Il trasferimento di funzioni, in sostanza, non ha accelerato la tutela: l’ha rallentata.

A rendere più stridente il quadro è la vicenda delle due Aree marine protette già previste dalla legge 394 del 1991: quella dell’Arcipelago toscano e quella delle Formiche di Grosseto, davanti al Parco Regionale della Maremma. La petizione chiede di riaprire l’iter istituzionale avviato nel 1982 e mai arrivato a compimento, poi confermato dalla legge 394 del 1991 sulle aree protette. Un percorso che rientra tra le aree di prossima istituzione secondo il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica: si tratta delle aree comprese nell’elenco delle 48 Aree di reperimento indicate dalle leggi 979/82 e 394/91. Resta una domanda: cosa succede adesso, dopo il seminario di Punta Ala?

Sul campo: la petizione, il seminario, e la prova dei vincoli

Per rispondere bisogna guardare a cosa si muove sul territorio. Il 31 luglio scorso, dalle 17 alle 19, allo Yacht Club Punta Ala (Grosseto), Legambiente ha tenuto un seminario sulla tutela della biodiversità marina e terrestre in Toscana. L’incontro è servito a riportare l’attenzione sulla petizione e sulla necessità di istituire le due Aree marine protette. Come ricostruito anche da Greenreport, le due Aree marine protette già previste dalla legge 394 del 1991 attendono ancora di essere istituite.

Per chi amministra la costa, l’istituzione delle due AMP significherebbe nuovi vincoli ma anche la chiusura di un’anomalia quarantennale. Il conto, però, resta aperto: vincoli più stringenti o un’occasione per riallinearsi alla strategia europea?

La Toscana ha un conto aperto con la Strategia UE sulla biodiversità: 2,5 milioni di ettari terrestri e 6,6 milioni di ettari marini da tutelare. Per chi governa la costa, istituire le due AMP previste da oltre quarant’anni non è una scelta ideologica ma la chiusura di un’anomalia amministrativa.