Secondo il WFP l’aumento dipende dalla chiusura di Hormuz e dal petrolio sopra 100 dollari

Lo scorso 31 luglio, mentre oltre 250 città aderivano all’iniziativa Beat the Heat, al Consiglio di Sicurezza risuonava un numero che nessuna app può compensare: secondo il Programma alimentare mondiale, fino a 45 milioni di persone in più potrebbero cadere nell’insicurezza alimentare acuta. Non per un raccolto andato male, ma perché uno stretto si è chiuso e il petrolio viaggia sopra i 100 dollari. A quasi tre mesi da quell’annuncio, la domanda non è più se la crisi arriverà, ma quanto in profondità colpirà.

45 milioni: il conto presentato al Consiglio

Il dato non arrivava da solo. Nello stesso intervento, le previsioni rilasciate dalla World Meteorological Organization indicavano che le temperature superficiali del mare in regioni chiave di monitoraggio saranno in media quasi 3 gradi Celsius sopra la norma. E mentre si parlava di iniziative per il caldo, un’altra cifra faceva da contrappunto: nell’industria dell’abbigliamento, in 17 dei 23 maggiori hub di produzione, i giorni pericolosamente caldi sono aumentati di oltre il 10% in due decenni. Il caldo non è più solo una questione di comfort: è una variabile economica che entra nei bilanci delle imprese e nella sicurezza alimentare.

Tra iniziative simboliche e dati reali c’è una forbice che non si chiude. Ma come si è arrivati a queste cifre? La risposta non è in un capriccio del clima, ma in una scelta militare presa a febbraio.

Dallo Stretto chiuso alla fame annunciata

A fine febbraio 2026, gli attacchi militari tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Il conflitto ha causato una perdita media di approvvigionamento di circa 14 milioni di barili al giorno, pari al 14% dell’offerta globale di petrolio. La Banca Mondiale definisce la chiusura la più grande interruzione del mercato petrolifero della storia: a marzo l’offerta globale è crollata di 10,1 milioni di barili al giorno, tra attacchi alle infrastrutture energetiche e restrizioni al traffico delle petroliere.

Il meccanismo è noto, ma qui ha una scala diversa: meno offerta, prezzi più alti, costi di trasporto e di produzione agricola che salgono. Il Programma alimentare mondiale ha provato a quantificare il conto. Se il conflitto non termina entro la metà dell’anno e i prezzi del petrolio restano sopra i 100 dollari al barile, quasi 45 milioni di persone in più potrebbero scivolare nell’insicurezza alimentare acuta, la categoria che gli esperti chiamano IPC3+. Non è un numero astratto: è l’effetto di un collo di bottiglia su cui passa una parte rilevante dell’energia mondiale. La stima del WFP è condizionata: se il conflitto finisse entro metà anno, la cifra potrebbe essere rivista al ribasso. Ma al momento dell’annuncio, a fine luglio, quella condizione non si era ancora realizzata.

Ma anche se lo Stretto riaprisse domani, un altro shock si sta formando nel Pacifico e non risponde a nessun trattato.

Se il petrolio scende, resta il Niño

Le previsioni multi-modello dei principali centri globali indicano che le anomalie stagionali medie della temperatura superficiale del mare supereranno i 2,9°C nelle principali regioni di monitoraggio. È il segnale di un El Niño forte, che si sta consolidando mentre le diplomazie discutono della riapertura dello Stretto. A differenza dello shock petrolifero, che nasce da una decisione politica e può essere negoziato, il Niño è un’anomalia climatica con tempi propri.

Le proiezioni diffuse in agosto dal WFP e dalle Nazioni Unite vanno oltre: l’El Niño del 2026-2027 potrebbe spingere almeno 49 milioni di persone in più verso l’insicurezza alimentare acuta entro la fine del prossimo anno. Due meccanismi diversi, due calendari diversi, ma lo stesso risultato: chi è già al limite subirà il colpo più duro.

La domanda non è se i due shock si sommeranno, ma quando e con quale costo per chi è già al limite. Nessuna morale consolatoria: i 45 milioni del WFP e i 49 milioni di El Niño non sono due crisi, ma la stessa crisi vista da due lati. La domanda finale resta aperta: se le istituzioni sapranno agire prima che la somma diventi un moltiplicatore.