Battery Booster Facility: 1,5 miliardi e prestiti senza interessi fino al 60%.
Il bando da 1,5 miliardi di euro si è chiuso dieci giorni fa, il 30 settembre alle 17:00, ora di Bruxelles. La finestra era aperta dal 28 luglio, come indicato nel bando ufficiale della Battery Booster Facility. Ma la notizia vera non è il denaro: è che per chiederlo serviva una capacità produttiva pianificata di almeno 10 GWh all’anno. La domanda che resta è semplice, e scomoda: quanti progetti europei, oggi, superano davvero quella soglia?
La soglia dei 10 GWh
I numeri del bando raccontano una storia precisa. Il budget complessivo è di 1,5 miliardi di euro; il sostegno massimo per progetto è di 500 milioni. I candidati selezionati possono ricevere prestiti senza interessi fino al 60% dei costi ammissibili, con un tetto di 500 milioni per singolo progetto. Fin qui, sembra un aiuto generoso. Poi arriva il requisito che fa selezione: i progetti ammissibili devono avere una capacità di produzione annua pianificata di almeno 10 GWh. E la produzione deve essere localizzata nello Spazio economico europeo.
Dieci gigawattora all’anno non è una soglia da startup. È la scala di chi ha già impianti, linee produttive, contratti con gli acquirenti. I progetti devono produrre tecnologia per batterie adatta all’uso nei veicoli elettrici, anche se gli acquirenti possono destinare i prodotti ad altri usi. Tradotto: il bando non è pensato per chi muove i primi passi nel settore, ma per chi deve consolidare una capacità già esistente o in fase avanzata di sviluppo. La selezione, di fatto, avviene prima ancora della valutazione tecnica.
Prestiti, non sussidi: la lezione di Northvolt
La decisione di Bruxelles non nasce dal nulla. La Commissione europea ha scelto uno strumento di prestito invece delle tradizionali sovvenzioni, come spiega la direzione generale per l’azione climatica: l’obiettivo è incoraggiare una sana gestione del capitale, spingere le aziende verso la redditività commerciale più rapidamente e integrare gli investimenti del settore privato. In pratica, chi riceve il denaro deve dimostrare di saperlo restituire. Per un programma europeo, è già un cambio di impostazione.
Il riferimento implicito è Northvolt. Il produttore svedese di celle, per anni simbolo dell’ambizione europea nelle batterie, è crollato sotto il peso di un’espansione troppo rapida, finanziata in larga parte con capitale paziente ma senza una redditività in vista. Le rigide limitazioni del programma, come rileva Electrive, suggeriscono che la Commissione miri a prevenire una ripetizione dello scenario Northvolt. Il messaggio è chiaro: niente più scommesse azzardate su progetti che non hanno ancora dimostrato di poter reggere il mercato.
Ma qui sta l’ironia. Per evitare un altro Northvolt, il bando esclude proprio i progetti nascenti, quelli che avrebbero bisogno di capitale paziente per arrivare alla scala. Il requisito dei 10 GWh e i prestiti senza interessi premiano chi è già grande, chi ha già impianti, chi può dimostrare una capacità produttiva pianificata. Non è un acceleratore di startup: è un moltiplicatore per chi è già in corsia di sorpasso. E non è la prima volta che Bruxelles ragiona così. Già nel dicembre 2024, l’Innovation Fund aveva lanciato un bando da 1 miliardo di euro per la produzione di celle per batterie di veicoli elettrici. Poi, nel dicembre 2025, la Commissione ha adottato la strategia sulle batterie che annunciava la stessa Battery Booster Facility. La linea è coerente: prestiti, non sussidi, e requisiti di scala come primo filtro.
Il 68,9% che non compare nel bando
Per misurare chi può fallire o riuscire, vale la pena guardare fuori dall’Europa. Nei primi dieci mesi del 2025, sei grandi produttori cinesi di batterie controllavano il 68,9% delle installazioni globali di batterie per veicoli elettrici, secondo i dati riportati da Carbon Credits. La cifra non compare nel bando, ma dovrebbe. Se l’obiettivo è ridurre la dipendenza da Pechino, la distanza tra la soglia dei 10 GWh e i numeri cinesi è la misura esatta dell’ambizione europea — e dei suoi limiti.
E non è solo una questione di capacità. I produttori asiatici di celle hanno iniziato con decenni di vantaggio: i coreani 30 anni fa e i cinesi 15 anni fa, come riportato da Euronews. L’Europa non parte da zero, ma quasi. E il bando, con i suoi requisiti di scala, sembra ammettere che il tempo per inseguire è finito.
Il bando si è chiuso il 30 settembre. Ora la vera domanda non è chi ha vinto i 1,5 miliardi, ma se l’Europa ha abbastanza player da 10 GWh per non restare spettatrice in un mercato dominato dai concorrenti asiatici. La soglia, per come è scritta, può essere un filtro o una barriera. Dipenderà da quanti progetti supereranno davvero la selezione — e da quali nomi.




