Otto impianti, 132 decreti e 11,2 GW: il prezzo della flessibilità nel MACSE

A fine luglio 2026, in due giorni, il Mase ha firmato decreti per 837 MW di batterie. Ma il numero che conta davvero non è la potenza complessiva: è che dietro ogni decreto c’è un sistema elettrochimico progettato per assorbire e restituire energia in tempi compatibili con il bilanciamento di rete, e un mercato che per la prima volta assegna un prezzo a questo servizio. In un solo mese sono state autorizzate oltre 2 GW di batterie in Italia.

Due giorni, otto decreti, 837 MW: la potenza è il dettaglio sbagliato

Il dato che sfugge ai titoli è la concentrazione temporale. Con una serie di decreti direttoriali pubblicati il 29 e 30 luglio 2026, il Mase ha dato via libera ad altri otto progetti per complessivi 837 MW. Non si tratta di un’unica mega-centrale, ma di otto impianti BESS — Battery Energy Storage System — ciascuno con la propria taglia, la propria chimica e i propri tempi di risposta. La differenza tra un impianto da 50 MW e uno da 200 MW non sta solo nella potenza nominale: sta nella capacità di modulare assorbimento e rilascio su finestre temporali diverse, dal contenimento delle rampe al back-up di durata più lunga.

Eppure, l’autorizzazione da sola non accende un solo container. Senza un segnale di prezzo che remuneri la flessibilità nel mercato elettrico italiano, quei megawatt resterebbero sulla carta. È qui che entra in gioco il meccanismo che ha cambiato le regole.

MACSE: non chiamatelo incentivo, è un prezzo per la flessibilità

Il segnale esiste e ha un nome preciso: MACSE, il meccanismo di approvvigionamento di capacità di stoccaggio. Non è un incentivo nel senso tradizionale del termine: non trasferisce denaro pubblico a fondo perduto, ma assegna un prezzo alla disponibilità di flessibilità, il servizio che un BESS offre alla rete quando assorbe energia nei momenti di sovrabbondanza e la restituisce quando serve. La prima asta per le batterie, ha evidenziato il Ministro dell’Ambiente, ha registrato “un’ampia partecipazione, pari a circa quattro volte il volume offerto”. In altre parole, la domanda di capacità da parte degli operatori ha superato di circa quattro volte ciò che il sistema era disposto a contrattare in quella tornata.

Gli strumenti di mercato e in particolare il MACSE, ha osservato il titolare dell’Ambiente, “hanno centrato in pieno l’obiettivo favorendo una crescita notevole degli investimenti nel settore dei Battery Energy Storage System”. I numeri raccontano la progressione: sono stati rilasciati 132 decreti autorizzativi per altrettanti impianti, per una potenza complessiva di 11,2 gigawatt. Il picco è arrivato nel 2025, quando sono state rilasciate 69 autorizzazioni per quasi 6,6 gigawatt. L’ondata di fine luglio 2026 — otto progetti e 837 MW in due giorni — è la prosecuzione di una traiettoria che il MACSE ha reso bancabile per gli investitori.

Quanto di questo segnale si traduce in cantieri reali? La risposta va cercata nei progetti concreti, non nei comunicati.

Un impianto da 80 MW del 2024 e un mercato europeo cresciuto del 48%: il vero banco di prova

Prendiamo un impianto specifico, non un aggregato statistico. Già nel maggio 2024 la società RPC Castelnuovo S.R.L. ha presentato istanza per un impianto di accumulo elettrochimico da 80 MW, denominato “Castelnuovo”, nel Comune di Castelnuovo Scrivia, in provincia di Alessandria. L’istanza, presentata ai sensi del DL 7/2002 e del D.Lgs. 387/2003, riguarda un BESS di potenza pari a 80 MW con le relative opere e infrastrutture connesse. Il dato conta perché mostra la scala reale dei progetti in gioco: 80 MW non sono una fase pilota, ma una taglia commerciale che impone tempi di connessione, rapporti con il gestore di rete e contratti di servizio.

Il contesto europeo rende la posta in gioco ancora più chiara. Nel 2025, Germania, Regno Unito e Italia sono rimasti i più grandi mercati europei di stoccaggio a batterie, secondo il report di SolarPower Europe. Ma la competizione si allarga: Ucraina e Bulgaria sono entrate nella top five dei mercati europei. Nello stesso anno, il mercato dell’accumulo è cresciuto del 48% su base annua, superando i 100 GWh di capacità totale, con il deployment su scala utility a trainare la crescita. La domanda che resta aperta è se l’Italia saprà trasformare la leadership autorizzativa in capacità realmente connessa e remunerata, prima che Germania, Regno Unito e nuovi entranti come Ucraina e Bulgaria occupino lo spazio di mercato.

Per chi installa o gestisce, la lezione di luglio 2026 è duplice: il mercato italiano ha imboccato la strada giusta, ma tra decreto e ritorno economico restano mesi di commissioning, connessioni e concorrenza europea. Il vantaggio si costruisce sul singolo impianto, non sulla somma dei gigawatt.