Il metallo è quasi raddoppiato in un anno e i furti di cavi hanno toccato anche le colonnine pubbliche

Lo scorso luglio, a Newcastle, la polizia del New South Wales ha arrestato un uomo e gli ha contestato dieci capi di imputazione per furto e undici per distruzione o danneggiamento di proprietà, oltre a reati legati a droga e guida. Nel corso dell’operazione sono state sequestrate 17 maniglie di ricarica per veicoli elettrici, attrezzi da taglio, un taser e diversi sacchi di cavi spelati. Non è una scena da film, ma il ritratto di un’economia parallela: la mobilità elettrica, nata per ridurre le emissioni, ha reso il rame un bottino abbastanza prezioso da spingere qualcuno a smontare le colonnine pubbliche.

Il paradosso del rame

Il cortocircuito è tutto qui. Negli Stati Uniti e altrove, negli ultimi anni, si è registrato un aumento allarmante dei furti di filo di rame, mentre il valore del metallo è circa raddoppiato in un anno, in parte per la crescente domanda. Già lo scorso 28 luglio il rame quotava 13.732,50 dollari statunitensi alla tonnellata sul London Metal Exchange, pari a circa 19,62 dollari al chilogrammo. Quando il metallo vale così tanto, un cavo di ricarica non è più solo un componente: è rame già installato, facilmente raggiungibile e relativamente semplice da rivendere.

Il paradosso sta nel fatto che la stessa transizione che moltiplica i cavi e le colonnine rende ogni punto di ricarica più esposto. Il ladro non deve entrare in una centrale elettrica o in un cantiere sorvegliato: gli basta tagliare una guaina, spelare il rame e sparire. E il valore di quel rame, raddoppiato in poco tempo, rende il rischio accettabile.

Numeri che pesano

I numeri raccontano che il furto di rame non è un’eccezione. Secondo la Crime Statistics Agency del Victoria, lo scorso anno si sono registrati 2.592 episodi di furto di rame e altri metalli, contro i 998 del 2016. In New South Wales, secondo il NSW Bureau of Crime Statistics and Research, gli episodi specifici di furto di rame sono 879, in aumento rispetto ai 612 del 2019. Sono cifre che non riguardano soltanto i cantieri o le reti ferroviarie: le colonnine pubbliche sono entrate nella geografia dei furti, perché offrono rame accessibile e cavi lunghi che, una volta spelati, si trasformano in denaro.

Il conto arriva subito ai proprietari e agli automobilisti. Sostituire un singolo cavo di ricarica può costare tra 2.000 e 5.000 dollari: a quella cifra, ogni colonnina vandalizzata diventa un onere di manutenzione straordinario per le reti, e insieme un disservizio per chi si affida alla ricarica pubblica. L’arresto di Newcastle, con i sacchi di cavi spelati e le 17 spine sequestrate, mostra la scala domestica del fenomeno: un singolo colpo può immobilizzare un’intera area di ricarica per settimane.

La rincorsa ai ripari

Se un cavo costa fino a 5.000 dollari da sostituire, prevenire i furti è diventato un mercato. Electrify America, negli Stati Uniti, ha registrato 130 cavi rubati tra gennaio e maggio 2024, più dei 125 rubati in tutto il 2023. È un dato che spiega la ricerca di deterrenti fisici: l’azienda finlandese Kempower ha sviluppato il Cable Guard, una guaina protettiva che ricopre i cavi esistenti, mentre in Australia Evie lo sta sperimentando come forma di prevenzione a più livelli.

La domanda resta aperta: il deterrente tecnologico basterà finché il prezzo del rame resterà così alto? Le guaine protettive possono rallentare i ladri, ma non cambiano il calcolo di fondo. Finché un chilo di rame vale quasi 20 dollari e una colonnina è un punto di prelievo non presidiato, ogni cavo è un potenziale bancomat a cielo aperto. La transizione elettrica, con le sue colonnine sempre più diffuse, ha messo in fila incentivi e infrastrutture; il conto della sicurezza, però, non era previsto, e qualcuno dovrà pagarlo.