L’obiettivo di riduzione riguarda l’intensità per milione di dollari di valore aggiunto, non un tetto assoluto sulle tonnellate di CO2

A fine luglio, Emma Stewart ha chiuso quasi sei anni da Chief Sustainability Officer di Netflix con un elenco di risultati scritto in un lungo post di addio su LinkedIn: prodotto alimentato al 99% da elettricità rinnovabile, emissioni operative ridotte del 16% su base annua nel primo semestre, oltre 200 titoli nella raccolta “Our World, Our Stories” in 190 Paesi e 50 milioni di fan raggiunti da campagne ed eventi. Sono numeri solidi. Eppure, nello stesso bilancio, le emissioni Scope 3 “target-based” in valore assoluto sono cresciute di circa il 6% rispetto all’anno precedente.

Il 99% rinnovabile e il +6% che non torna

Per leggere il cortocircuito bisogna separare i piani. Scope 1 e Scope 2 sono le emissioni dirette e quelle legate all’elettricità acquistata: qui Netflix ha un obiettivo di riduzione assoluta del 46% entro il 2030 rispetto alla baseline del 2019, validato da SBTi e riportato nel rapporto ESG 2025 di Netflix. Scope 3 è invece tutta la catena del valore: produzione, troupe, set, logistica, licenze. E qui l’impegno è formulato diversamente: ridurre l’intensità delle emissioni del 55% per milione di dollari di valore aggiunto entro il 2030, sempre rispetto al 2019.

La differenza non è un dettaglio contabile. Un obiettivo di intensità fissa un rapporto, non un tetto. Se il valore aggiunto cresce più velocemente dell’efficienza, le tonnellate possono aumentare anche rispettando il target. È esattamente ciò che il bilancio registra: un aumento di circa il 6% delle emissioni Scope 3 target-based rispetto all’anno precedente. Il 99% di rinnovabili sul prodotto e il -16% operativo raccontano la metà visibile; l’altra metà è fisica, sta nei generatori, nei trasporti, nei materiali di scena. Ma chi ha negoziato quegli obiettivi non è più in Netflix.

Perché Emma Stewart ha cambiato campo

La risposta non sta solo nei numeri, ma nella traiettoria di chi li ha costruiti. Emma Stewart era la prima Chief Sustainability Officer di Netflix e se ne va dopo quasi sei anni per entrare nel team di leadership di Climate Spring, dove il sito ufficiale la indica come Global Director. L’organizzazione ha finanziato, sostenuto o consulito più di 100 progetti cinematografici e televisivi, tra scripted e unscripted. Restare dentro Netflix significava ottimizzare l’operatività; Climate Spring lavora sui progetti cinematografici e televisivi. Ma il nodo vero è altrove: sui generatori diesel dei set.

Il banco di prova sono i generatori diesel

Se il problema Scope 3 è fisico prima che contabile, il banco di prova è il diesel: oggi produce circa 700.000 tonnellate di CO2 all’anno a livello globale nel solo settore dell’intrattenimento. È per questo che The Walt Disney Company e Netflix hanno lanciato insieme la Clean Mobile Power Initiative con il supporto della no-profit RMI e del suo acceleratore di tecnologie climatiche Third Derivative. Amazon, Disney e Netflix stanno tutte pilotando alternative ai generatori diesel che producono meno emissioni e inquinanti atmosferici locali.

La sfida non è più dimostrare che le rinnovabili funzionano, ma sostituire la potenza mobile del diesel senza compromettere il set. Un gruppo elettrogeno parte in pochi minuti, ovunque, e il settore lo usa da decenni. Le alternative in sperimentazione devono garantire lo stesso servizio con meno CO2 e meno inquinanti locali, davanti a troupe che non possono fermarsi per un calo di tensione o un’attesa di ricarica.

Il metro che conta non è l’intensità per milione di dollari di valore aggiunto, ma la riduzione assoluta. Chi installa e gestisce impianti puliti deve scegliere alternative al diesel che taglino davvero CO2 e inquinanti locali, non solo spostare il problema a valle.