Il protocollo firmato a Suva non ferma l’estrazione: la scadenza del 2027 resta e divide le nazioni del Pacifico

Tre strumenti, non uno: il cantiere tecnico aperto a Suva

Il Forum delle isole del Pacifico ha convocato il primo Ministerial Talanoa sui minerali dei fondali marini al PIF Secretariat di Suva dal 18 al 21 febbraio 2025. Secondo il comunicato congiunto, hanno partecipato tre leader del Forum, nove ministri e alti rappresentanti governativi. I ministri hanno sostenuto un hub regionale indipendente di conoscenze, un atlante dei minerali dei fondali marini e uno studio sui potenziali impatti transfrontalieri. Non si tratta di organi di governo: sono infrastrutture di conoscenza, pensate per dare ai Paesi del Pacifico una base dati condivisa prima di prendere decisioni irreversibili.

Tra i ministri presenti c’era Taivini TEAI, titolare dell’Agricoltura, delle Risorse marine e dell’Ambiente, con delega alla Ricerca, arrivato a Suva giovedì 20 febbraio 2025 per una serie di incontri. Il cantiere non riguarda soltanto i fondali: il CDC mantiene un partenariato con l’Institut Louis Malardé nel progetto regionale “Fidji Share”, sostenuto dall’Agence française de développement, per trasferire know-how e tecnologie nel monitoraggio di malattie trasmissibili come dengue, zika e chikungunya. È un dettaglio che dice molto sul metodo: la Polynésie française entra nel forum portando capacità tecnica, non solo posizioni politiche. Resta però una domanda: chi userà questi strumenti, e con quale mandato?

Il protocollo originale: la Polynésie française sceglie il turismo, non l’estrazione

A monte del lavoro di Suva c’è un atto formale: la firma del Memorandum of Understanding tra il Commissario all’Oceano Pacifico, il dottor Filimon Manoni, e il presidente della Polynésie française Moetai Brotherson, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza dell’oceano. Giovedì 20 febbraio 2025, il segretario generale del Forum delle isole del Pacifico, Baron WAQA, ha consegnato al ministro TEAI l’originale firmato e registrato del protocollo di partenariato tra la Polynésie française e il Commissariato all’Oceano Pacifico, dedicato alla governance e alla gestione sostenibile dello spazio oceanico Moana Nui a Hiva. Non è una bozza da discutere: è uno strumento operativo, archiviato e in vigore.

La postura politica che accompagna il protocollo è esplicita. Come riportato da Radio New Zealand, la Polynésie française ha spiegato il senso della scelta: «Vorremmo convincere i nostri vicini, i nostri cugini, i nostri fratelli, che a volte abbandonare un’economia estrattiva è la strada da seguire, soprattutto in aree come le nostre che dipendono fortemente dal turismo». La frase non è un semplice auspicio: mette in gerarchia due modelli economici. Il turismo dipende da un oceano integro; l’estrazione lo trasformerebbe in una variabile mineraria.

La scelta è sostenuta da analisi indipendenti. Uno studio della Columbia University SIPA ricorda che l’estrazione di metalli dal fondale marino comporta significativi rischi economici, ambientali e sociali. Se la Polynésie française ha già scelto la protezione, resta aperta la domanda su cosa faranno gli altri Stati del Pacifico di fronte alla scadenza del 2027.

2027: la scadenza che nessuno strumento può rimandare

Le scelte locali si scontrano con una realtà regionale spaccata. Secondo il Lowy Institute, l’estrazione mineraria commerciale in acque profonde potrebbe iniziare già nel 2027, spinta dalla competizione tra Stati Uniti e Cina per i minerali critici. Le nazioni insulari del Pacifico sono divise: alcune vedono la DSM come una necessità economica, mentre una coalizione crescente avverte di danni irreversibili all’oceano che le sostiene. Non è un dibattito astratto: le Cook Islands, Kiribati, Nauru e Tonga hanno promosso l’estrazione in acque profonde come potenziale fonte di entrate.

Il calendario diplomatico mostra quanto il tempo stringa. Dopo il Talanoa di Suva, il percorso prevedeva una dichiarazione Pacifico da validare a livello ministeriale ad aprile 2025 e da portare alla conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani UNOC3 di Nizza nel giugno 2025, con impegni concreti per la protezione e lo sviluppo sostenibile degli oceani. Ma la dichiarazione e gli strumenti tecnici non spostano da soli la scadenza del 2027. Anzi, è proprio lì che si misurerà la loro utilità: un atlante e uno studio transfrontaliero servono solo se vengono usati prima che la corsa diventi irreversibile.

Per chi governa l’oceano, la scelta non è tra estrarre e non estrarre, ma tra decidere con dati condivisi o subire la decisione altrui. La Polynésie française ha scelto il protocollo; il 2027 dirà se basterà.