Ottantuno. È il numero di orsi bruni marsicani stimato nell’estate 2025 secondo l’analisi modellistica dell’ISPRA, basata sui dati genetici raccolti nell’estate di quell’anno: 43 femmine e 38 maschi, con un intervallo di incertezza compreso tra 73 e 88 esemplari. Un anno dopo, dal 20 al 25 settembre 2026, Pescasseroli ha ospitato la 29ª conferenza internazionale sugli orsi, il principale appuntamento mondiale dell’International Association for Bear Research and Management. Tra una sessione e l’altra, però, il numero che contava davvero era quello: 81.

La capitale degli orsi e il numero che non torna

Pescasseroli è stata a lungo considerata la “capitale” del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Ospitare la conferenza internazionale è insieme un riconoscimento e una responsabilità. Il programma definitivo è stato finalizzato il 9 settembre scorso, e la conferenza si è tenuta insieme alla conferenza finale dell’iniziativa LIFE Bear-Smart Corridors. La vetrina, insomma, era doppia: da un lato la scienza internazionale, dall’altro un progetto europeo che promette di portare le buone pratiche dentro i territori dell’orso.

L’annuncio governativo c’è: il governo italiano ha iniziato solo di recente a sottolineare la necessità di conservare l’orso bruno marsicano. Ma un annuncio non è un piano, e tanto meno un atto vincolante. La distanza tra la vetrina e la realtà demografica si misura in numeri: 81 esemplari stimati, con un margine di incertezza tra 73 e 88. È un intervallo che da solo racconta quanto sia fragile la base su cui si costruisce qualunque strategia di conservazione. La conferenza può riempire le sale; i corridoi ecologici, invece, vanno finanziati, tracciati e difesi uno per uno.

Corridoi da proteggere, modelli da importare

La questione vera non è la mancanza di habitat. Lo dice l’ISPRA con chiarezza: l’espansione dell’orso marsicano non è limitata dalla carenza di habitat idonei, ma è fortemente influenzata dalla connettività ecologica e dai rischi legati alla mortalità antropica. Nella stessa analisi, la priorità indicata è proteggere i corridoi ecologici e ridurre i rischi che dipendono dall’uomo. I rischi hanno nomi precisi: investimenti stradali, bracconaggio, avvelenamenti, annegamento in bacini artificiali. Non è una questione di natura ostile: è una questione di scelte umane.

Qui entra in gioco il modello Bear Smart Community, applicato con successo in Canada. L’iniziativa LIFE Bear-Smart Corridors punta a replicarlo e adattarlo in Europa, sviluppando esempi in Italia e in Grecia. Il confronto è utile, ma va maneggiato con cautela. Un modello che funziona in Canada non si trasferisce automaticamente in Appennino: cambia la densità di strade e centri abitati, cambiano le cause di mortalità, cambiano i rapporti tra comunità locali e territorio. Quando si annuncia un obiettivo del genere, la domanda resta la stessa: con quali risorse e con che tempi? Il target è chiaro; molto meno chiaro è se al nome del progetto seguiranno corridoi davvero protetti o soltanto buone intenzioni da conferenza.

La differenza non è secondaria. Un annuncio, un logo e una conferenza finale possono convivere con una popolazione che non cresce. Ridurre la mortalità antropica significa intervenire su strade, veleni e controlli: sono decisioni amministrative e risorse che non si generano dentro un panel, ma che richiedono atti concreti e continuità. Senza questo passaggio, il modello Bear Smart rischia di restare una cornice internazionale per un problema che invece è locale, quotidiano e misurabile in esemplari persi uno per uno.

Dopo i panel: Trento e la domanda aperta

Nei giorni scorsi, il viaggio post-conferenza ha spostato la geografia senza cambiare la domanda: dal 26 al 29 settembre i partecipanti si sono mossi da Pescasseroli verso Trento, con il 26 settembre come giorno di viaggio. Spostare l’attenzione da un parco nazionale a un’altra provincia orso non risolve il nodo di fondo. Se il modello Bear Smart funziona in Canada, cosa succede quando lo si importa in un territorio dove la mortalità è fatta di strade, bracconaggio, veleni e bacini artificiali? Resta aperto il nodo del dopo-conferenza.

La conservazione dell’orso marsicano non si deciderà nelle aule di una conferenza. L’attenzione internazionale serve soltanto se si trasforma in corridoi protetti e in meno morti per mano dell’uomo. Il numero 81 è ancora lì, a ricordare che il tempo stringe.