Non serve una raffineria per estrarre TNT da un ordigno della Seconda guerra mondiale: basta un pescatore con una bomba da smontare e poche alternative. Nell’aprile 2025, Agus Drunyi, pescatore del villaggio costiero di Enggros, vicino a Jayapura, in Papua, stava assemblando una bomba da pesca artigianale nella sua casa quando l’esplosione l’ha ucciso. Poche settimane dopo, il 31 maggio 2025, una bomba bellica è esplosa nel villaggio di Fandoi, sull’isola di Biak, uccidendo almeno sette persone. I due episodi, ricostruiti in un articolo di Mongabay, hanno la stessa origine: munizioni belliche recuperate e TNT estratto per produrre esplosivi artigianali da pesca.

Da dove arrivano quegli ordigni e perché finiscono nelle case dei pescatori? La risposta parte da una filiera che non si è mai chiusa davvero.

La bomba in cucina

I pescatori della regione sono noti per recuperare munizioni belliche allo scopo di estrarne il TNT e produrre esplosivi artigianali da usare nella pesca con la dinamite, come documentato da Yale Environment 360. Non è una pratica recente: i primi ordigni inesplosi arrivarono ai pescatori dai soldati americani e giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, come ricostruito in un reportage del Guardian. Il passaggio dalla bomba bellica all’esplosivo da pesca è materiale, non metaforico: le munizioni vengono recuperate, il TNT viene estratto e poi riassemblato in una carica artigianale. È esattamente il tipo di lavoro che stava svolgendo Agus Drunyi nella sua casa di Enggros, con un margine di errore che non perdona.

Dal TNT al reef: la chimica della distruzione

La catena non produce solo morti domestiche. Secondo stime della Zoological Society of London, i pescatori al largo di Sulawesi, in Indonesia, fanno detonare più di 8.000 esplosivi subacquei ogni anno, come riporta Yale Environment 360. La stessa società scientifica stima una perdita del 75% dei coralli nell’arcipelago indonesiano dal 1990. Il dato non è un semplice conteggio di danni: misura la velocità con cui una barriera corallina può essere smantellata esplosivo dopo esplosivo, anno dopo anno. Ogni detonazione si somma alle precedenti, e la pressione continuativa rende il recupero del reef sempre più difficile.

Una revisione del 2021 condotta da scienziati dell’Università del New England in Australia su 221 studi ha rilevato una “vasta gamma di considerazioni ecologiche, socio-politiche ed economiche” derivanti dalla pesca con esplosivi. In altre parole, il danno non è soltanto biologico: coinvolge la sicurezza delle comunità, le economie locali e la gestione delle risorse marine. Il tritolo estratto dalle bombe belliche non scompare dopo lo scoppio; si trasforma in un costo distribuito su persone e reef, spesso lontano dal punto in cui l’ordigno è stato recuperato.

Un’eredità che continua a esplodere

I numeri non bastano a spiegare perché si continui a rischiare la vita per pescare con il TNT. The HALO Trust stima che ordigni inesplosi e munizioni abbiano ucciso o ferito circa 25.000 persone nella vicina Papua Nuova Guinea dalla fine della Seconda guerra mondiale. È un’eredità che non si limita alle isole: è una contabilità di corpi e coralli che si aggiorna ancora, a più di ottant’anni dalla fine del conflitto.

La bonifica dei fondali e dei residuati bellici resta l’altra faccia della pesca di sussistenza: da una parte lo smaltimento degli ordigni, dall’altra il bisogno di reddito immediato. Il TNT della Seconda guerra mondiale continua così a pescare e a uccidere, molto dopo la resa. Prima che l’ultima barriera corallina diventi l’ultima vittima, resta una domanda aperta: chi ha la responsabilità di bonificare il fondo del mare?