32 tCO2e evitati per vettura, ma Scope 1 e 2 cresciuti del 43% e 80% dal 2023.
Lo scorso luglio Tesla ha fissato il 2040 come anno per raggiungere zero emissioni nette lungo l’intera catena del valore, secondo quanto riporta il servizio pubblicato da Trellis. Ma il dettaglio tecnico che fa la differenza è un altro: secondo l’azienda, ogni sua vettura evita in media 32 tonnellate di CO2 equivalente nel ciclo di vita e tutte le sue auto avrebbero evitato quasi 37 milioni di tonnellate nel 2025, più della metà delle emissioni totali. Eppure, dal 2023 le emissioni Scope 1 e Scope 2 di Tesla sono cresciute rispettivamente del 43% e dell’80%. Da dove nasce questa contraddizione?
Il paradosso dei 32 tCO2e evitati
Secondo le stime di Tesla, ogni vettura evita in media 32 tonnellate di CO2 equivalente nell’arco della vita utile; tutte le auto prodotte avrebbero evitato quasi 37 milioni di tonnellate nel 2025, più della metà delle emissioni totali dell’azienda per quell’anno. È un’argomentazione potente, ma si scontra con un altro numero dello stesso bilancio: le emissioni Scope 1, quelle generate direttamente dalle attività operative, sono cresciute del 43% dal 2023, mentre le Scope 2, legate all’energia elettrica acquistata, sono aumentate dell’80%. Se i veicoli elettrici evitano più della metà delle emissioni totali, perché le emissioni proprie di Tesla continuano a salire?
La catena del valore: dove i numeri smentiscono la narrazione
Per capire la contraddizione bisogna guardare alla struttura delle emissioni. Lo Scope 1 misura le emissioni dirette delle operazioni, lo Scope 2 quelle legate all’energia elettrica acquistata; ma la fetta più grande, per un costruttore di veicoli, sta nello Scope 3, che copre la catena di fornitura e l’intero ciclo di vita del prodotto. È lì che i numeri smentiscono la narrazione. Già nel 2023 Tesla è stata responsabile di oltre 50 milioni di tonnellate metriche di emissioni di CO2, rispetto a poco meno di 42 milioni dell’anno precedente: un aumento di circa il 20%. La maggior parte dell’inquinamento aggiuntivo proviene dalla catena di fornitura, come documentato in un’analisi pubblicata da The Verge.
Il dato non è isolato. Le informazioni condivise con Trellis da DitchCarbon, una piattaforma specializzata in Scope 3, mostrano che Tesla è tutt’altro che sola nell’avere emissioni della catena del valore in aumento. È un problema strutturale del settore, che in parte spiega perché un obiettivo al 2040 dichiarato senza un piano di transizione verificabile rischia di restare carta.
Un ulteriore ridimensionamento arriva da uno studio indipendente. Secondo Greenly, le emissioni evitate reali di Tesla si attestano tra 10,2 e 14,4 milioni di tonnellate metriche, dal 28% al 49% in meno rispetto alle dichiarazioni dell’azienda, come riportato dal portale specializzato CarbonCredits. In pratica, il beneficio ambientale per veicolo potrebbe essere quasi dimezzato rispetto ai numeri comunicati dall’azienda. A questo punto la domanda è inevitabile: gli impegni net-zero delle case auto hanno davvero valore senza piani di transizione specifici?
Il 2040 di Tesla, il 2038 di Stellantis, il 2050 di Toyota: la classifica che conta
Il confronto con gli altri costruttori rende ancora più chiaro il punto. BYD ha superato Tesla nelle vendite globali di veicoli elettrici a batteria (BEV) per il secondo anno consecutivo, aumentando la propria quota BEV al 47%, come emerge dal Global Automaker Rating 2025 dell’ICCT. Il rating di Tesla è leggermente diminuito perché le sue vendite si sono stabilizzate.
Stellantis ha l’anno target più anticipato, il 2038; Toyota e Volkswagen i più lontani, il 2050. Ma gli autori del rapporto del NewClimate Institute hanno sostenuto che impegni di questo tipo sono di utilità limitata senza piani di transizione specifici, come obiettivi di vendita dei veicoli, a sostegno.
Per chi sceglie o gestisce flotte elettriche, il criterio non può essere la data lontana di un target, ma la coerenza tra vendite, emissioni Scope 1-2-3 e piani di transizione verificabili. Un impegno al 2040 non vale nulla se le emissioni crescono e le stime indipendenti dimezzano i benefici dichiarati: la differenza vera la fanno i piani concreti e i dati certificati, non le promesse.




