Uno studio su oltre un secolo di dati mostra che le temperature hanno spostato la malaria in Africa.

La nicchia termica del parassita

La curva di trasmissione non cresce all’infinito con il caldo: ha un optimum. Sotto i 16 °C la trasmissione si ferma quasi del tutto; sopra i 34 °C diventa trascurabile. Un riscaldamento medio di pochi decimi può quindi spingere alcune aree dentro la finestra ottimale e altre fuori. Per quantificare l’effetto, gli autori hanno lavorato su un dataset di 50.425 indagini sulla prevalenza della malaria, che coprono più di un secolo, dal 1900 al 2016, aggregate in 9.875 valori medi mensili a livello amministrativo primario, secondo la base dati di Snow et al.

Il risultato medio è piccolo, quasi invisibile: tra il 2010 e il 2014 il riscaldamento globale di origine antropica ha causato un aumento della prevalenza media continentale di PfPR2−10 di 0,07 punti percentuali, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra −0,41 e 0,60 punti. La media, però, mescola segni opposti. Resta da capire perché pochi decimi producano effetti così diversi tra est e ovest.

L’Africa si scalda a due velocità

Il continente non si riscalda in modo uniforme. Lo studio stima che il riscaldamento di origine antropica abbia probabilmente aumentato la prevalenza della malaria infantile in Africa orientale e meridionale, ma abbia evitato un numero comparabile di casi in Africa occidentale. L’impatto netto continentale è di 1 caso in eccesso per 1.000 bambini, con un intervallo di confidenza al 95% tra −4 e 6 casi.

Questa lettura spaziale aiuta a superare il vecchio scetticismo. All’inizio del secolo, molti esperti di malaria sostenevano che le tendenze di riscaldamento osservate fossero incompatibili con le riduzioni a lungo termine della prevalenza nel continente. Gli impatti climatici sulla malaria sono stati tra i primi rischi sanitari proposti, ma anche così contestati da essere liquidati come «hot air» e «dangerous pseudoscience». Gli esperti avvertivano inoltre che fattori come la resistenza ai farmaci e l’instabilità dei finanziamenti rappresentassero una minaccia più seria per l’eradicazione.

Oggi il consenso è cambiato: gli esperti di malaria concordano generalmente che il cambiamento climatico ha contribuito a spostamenti altitudinali delle epidemie e degli areali geografici dei vettori. Non è più una questione di «se» il clima conti,
ma di dove e in quale direzione.

Mezzo grado, 123 milioni di casi

Se il passato insegna, il futuro si decide su un numero: quanto riscaldamento accettare. Ridurre il riscaldamento globale futuro da 3 °C a meno di 2 °C potrebbe prevenire in media 5 casi in eccesso per 1.000 bambini nelle zone ad alta elevazione (oltre 1 km) dell’Africa orientale e in Africa meridionale entro il 2100. Gli intervalli di confidenza al 95% vanno da −3 a 13 e da −4 a 14 casi, rispettivamente.

Su scala continentale, il costo è più tangibile. In uno scenario di controllo ai livelli attuali, il cambiamento climatico potrebbe portare, secondo Symons et al., a 123 milioni di casi aggiuntivi e 532.000 morti in Africa tra il 2024 e il 2050, con gamme di proiezione comprese tra 49,5 e 203 milioni di casi e tra 195.000 e 912.000 morti. Quanto costerebbe, in casi e morti, ogni frazione di grado oltre il limite di 2 °C?

Il nesso clima-malaria non è una condanna uniforme: è una questione di soglie termiche e di quota. Per chi pianifica i programmi di eliminazione, il target climatico di 2 °C non è un’astrazione, ma la differenza tra 5 casi evitati per 1.000 bambini nelle zone alte e 123 milioni di casi in più a livello continentale.