Due terzi delle miniere mondiali soffre stress idrico severo, abusi in crescita del 73%.

L’85,8% delle strutture minerarie cilene affronta contemporaneamente stress idrico di base alto o estremamente alto e variabilità interannuale. È il numero più severo emerso a luglio dal Global Mining and Metals Water Dataset, diffuso dall’International Council on Mining and Metals e ripreso e contestualizzato da edie.net nella sua ricognizione sulla transizione energetica. Non è un’anomalia locale: a fine settembre 2026, due mesi dopo la pubblicazione del dataset, quasi due terzi delle strutture minerarie e metallurgiche mondiali sono esposte a stress idrico severo secondo l’ICMM. Il Cile, primo produttore mondiale di rame e con riserve significative di litio, è il caso estremo di una condizione diffusa. E il dato non riguarda solo l’acqua: è il punto di partenza per leggere il costo fisico e sociale dei minerali su cui poggia l’energia pulita.

Il crinale idrico dell’estrazione

La fotografia è più ampia del singolo Paese. Il World Resources Institute stima che almeno il 16% delle miniere e dei depositi di minerali critici si trovi in aree ad alto stress idrico. Il dato ICMM, però, sposta l’attenzione dalle riserve ai siti operativi: quasi due terzi delle strutture minerarie e metallurgiche del mondo lavorano con esposizione a stress idrico severo. Sono due insiemi diversi, ma la direzione è la stessa: il problema non riguarda solo giacimenti marginali, ma impianti che macinano minerale ogni giorno.

Nel caso cileno il segnale più insidioso è la compresenza di due misure: lo stress idrico di base, che indica quanto l’acqua è già contesa, e la variabilità interannuale, che rende la disponibilità meno prevedibile di anno in anno. Quando i due segnali si sommano, il margine per assorbire un’annata secca si restringe. E se la vulnerabilità fisica è così estesa, il passo successivo è capire cosa succede quando a questa fragilità si aggiungono le tensioni con le comunità.

La controparte sociale: abusi e società quotate

Il quadro idrico non è solo ambientale: dove l’acqua scarseggia, le tensioni si scaricano sulle comunità. Il Business and Human Rights Centre ha contato, nel 2025, 329 accuse di abusi legate alla produzione di minerali di transizione, con un balzo del 73% rispetto alle 156 dell’anno precedente. Dal 2010 il conteggio registrato sale a 1.226 accuse: un archivio che non accompagna la retorica della transizione, ma la contraddice nei numeri.

Quasi il 70% delle miniere associate ad almeno un’accusa nello scorso anno è collegato o direttamente posseduto da società quotate. Il centro indica Glencore, Rio Tinto e First Quantum Minerals tra i nomi più ricorrenti. È il punto di tensione: il rischio non è confinato a operatori informali, ma si concentra nei bilanci di gruppi che rispondono a investitori e quotazioni. Proprio per governare questo intreccio, il panel del Segretario generale delle Nazioni Unite sui minerali critici per la transizione energetica è stato incaricato di mettere a punto una serie di principi volontari per affrontare conflitto sociale e degrado ambientale e garantire una transizione giusta ed efficace. Ma un insieme di principi volontari può davvero invertire una tendenza che mostra abusi in crescita del 73% in un anno?

Il gap africano e il conto per chi opera

Resta la domanda su chi paga il disallineamento tra la promessa pulita e la realtà estrattiva. In un’analisi dell’aprile 2024, i dati IPCC ripresi da energytransition.org collocano in Africa il divario più ampio nell’adattamento alla crisi climatica: è lì che persistono rischi chiave come l’estinzione di specie, la perdita di produzione alimentare, l’aumento della povertà e l’insicurezza idrica ed energetica, fino alla perdita di vite umane. Il continente da cui molti minerali critici partono è anche quello con meno margine per assorbire gli shock climatici.

Per chi progetta o gestisce impianti e supply chain di minerali critici, il rischio idrico e sociale non è un costo esterno: è un parametro di progetto. L’Africa, con il divario di adattamento più alto, ricorda che l’energia pulita non nasce da un terreno neutro.