La risoluzione chiede all’Albania di abrogare gli emendamenti del 2024, mentre il 92% dei cittadini sostiene l’adesione all’UE

La polizia di Hong Kong ha arrestato cinque persone che lavoravano in due librerie indipendenti invocando la “sicurezza nazionale”. Prima era toccato ad altre librerie. Poco più di due mesi prima, a Bruxelles, il Parlamento europeo aveva adottato una risoluzione che chiede all’Albania di abrogare gli emendamenti del 2024 alla Legge sulle Aree Protette. Due scenari lontani, una stessa logica: usare un’etichetta per aggirare controlli e procedure democratiche.

Etichette che svuotano le tutele: da Hong Kong alla Vjosa

L’arresto di agosto non è un episodio isolato: prima era toccato ad altre librerie. L’etichetta “sicurezza nazionale” ha funzionato come un interruttore che sposta la repressione fuori dal confronto ordinario, riducendo il controllo democratico su decisioni che toccano la libertà di espressione. Non è una dinamica astratta: quando un’autorità può invocare un’emergenza o un interesse superiore, i passaggi intermedi si accorciano e le tutele diventano negoziabili.

Lo scorso 17 giugno, a Bruxelles, il Parlamento europeo ha usato parole diverse per descrivere la stessa architettura. La risoluzione adottata chiede all’Albania di abrogare gli emendamenti del 2024 alla Legge sulle Aree Protette e mette nel mirino la Legge sugli Investimenti Strategici: le procedure accelerate di autorizzazione rischiano di bypassare il vaglio ambientale nelle aree sensibili. In pratica, ciò che viene classificato come “strategico” può viaggiare su corsie preferenziali, con meno tempo per le valutazioni e meno spazio per il contraddittorio.

Il meccanismo è identico a quello visto a Hong Kong, solo con un linguaggio diverso: al posto della “sicurezza nazionale” c’è la parola “strategico”. Entrambi servono a giustificare deroghe e a spostare la decisione lontano dalla sfera pubblica. E se la logica è la stessa, la domanda diventa un’altra: cosa cambia quando l’Unione europea decide di reagire?

La risoluzione del Parlamento europeo: una diagnosi senza appello

La risoluzione adottata lo scorso 17 giugno chiede esplicitamente l’abrogazione degli emendamenti del 2024 alla Legge sulle Aree Protette. Gli eurodeputati esprimono inoltre profonda preoccupazione per la Legge sugli Investimenti Strategici, le cui procedure accelerate di autorizzazione rischiano di bypassare il vaglio ambientale nelle aree sensibili. Il messaggio del voto non è stato ambiguo: una strada del genere è incompatibile con l’adesione all’Unione. Non si tratta di una critica tecnica, ma di una diagnosi sui presupposti democratici dell’allargamento.

Il dato che pesa, però, è un altro: il 92% stimato dei cittadini albanesi sostiene l’obiettivo europeo. La società sembra muoversi più avanti della politica, mentre la corsa a etichettare come “strategici” permessi e impianti produce la reazione opposta. Se l’adesione è il traguardo dichiarato, il consenso popolare indica che la strada delle deroghe non è quella che la maggioranza chiede. Ma il voto di Bruxelles basta a fermare i progetti contestati nel delta della Vjosa-Narta?

Chi decide il futuro: proteste, dimissioni e l’effetto domino

La folla raccolta sotto l’ufficio di Edi Rama ha cambiato ritmo: prima si protestava per i fenicotteri, ora si scandiscono slogan su scuole, lavoro e livello di vita, e si chiedono le dimissioni. La questione ambientale si è saldata a una domanda più ampia su salari, servizi e prospettive. In parallelo, cresce la preoccupazione che altri Paesi dei Balcani occidentali in via di adesione guardino con attenzione e stiano valutando leggi simili. La domanda resta aperta: l’UE userà la leva dell’allargamento?

Il voto di Bruxelles non chiude la partita. Apre una domanda su quanto l’Unione sia pronta a usare l’allargamento per difendere non solo i fiumi, ma le procedure democratiche. Per chi installa e gestisce impianti, il beneficio immediato dei permessi accelerati rischia di trasformarsi in un boomerang: se il quadro normativo viene giudicato incompatibile con l’adesione, gli stessi progetti potrebbero restare senza copertura politica e giuridica. E il segnale per i Balcani occidentali è già chiaro: le etichette che svuotano le tutele possono aprire porte a breve termine, ma rischiano di chiudere quella europea.