Il conteggio include la Russia per circa il 74% dell’area considerata, mentre il 2017 resta l’anno peggiore per l’Unione

A fine luglio 2026 l’area bruciata dagli incendi nell’Unione Europea risultava la seconda più alta per quel periodo dell’anno, dopo il 2022. Lo documenta il factcheck pubblicato da Carbon Brief, ma il dato regge solo accettando un perimetro geografico molto largo: il Global Wildfire Information System (GWIS) include nel proprio calcolo dell'”Europa” anche la Russia, che da sola rappresenta circa il 74% dell’area considerata. Prima ancora di arrivare ai boschi di Ávila, Guadalajara e Castellón, il record si gonfia con ettari bruciati lontano dal territorio dell’Unione.

La trappola del perimetro europeo

Il problema non è la precisione delle cifre, ma la definizione che le produce. Quando il GWIS parla di “Europa”, include una superficie in cui la Russia pesa per circa tre quarti: in pratica, il confronto “secondo peggiore anno di sempre” mescola l’Unione Europea con un continente geopolitico molto più esteso. Il risultato è un indicatore che dice poco sulla stagione comunitaria e molto sulla larghezza del perimetro scelto. Chi legge il dato senza separare i due piani rischia di attribuire all’UE una superficie bruciata che in larga parte non le appartiene.

Eppure dentro il perimetro corretto c’è comunque una stagione severa. Al 29 luglio, l’area cumulativa bruciata in Francia nel 2026 era superiore di quasi 24.700 ettari al precedente record. Non è un dettaglio da classifica: è lo scarto che separa un’annata intensa da un’annata eccezionale. Resta da capire, però, se dietro l’artefatto statistico ci sia un’estate davvero fuori scala per l’UE o soltanto una definizione troppo larga.

Il 2026 dentro la storia del fuoco

La domanda trova una prima risposta nei precedenti. Stando ai dati del Centro comune di ricerca dell’UE, l’anno peggiore per gli incendi nell’Unione resta il 2017, con 1,3 milioni di ettari bruciati e oltre 130 vittime; il 2022 è il secondo peggiore. È su questa scala che va tarato il 2026, non sul confronto con un'”Europa” estesa fino alla Russia. Il conteggio degli ettari, da solo, non distingue il record statistico dal rischio reale.

Il metro più utile è la severità meteorologica. Dall’inizio dell’anno fino a fine luglio, il meteo caldo, secco e ventoso sull’UE è stato più severo del 43% rispetto alla media degli ultimi due decenni per lo stesso periodo, secondo l’European Forest Fire Information Service (Effis). È questa anomalia, ancor prima del totale degli ettari, a spiegare perché la stagione abbia assunto contorni operativi difficili. I confronti storici restano comunque sfondo: la differenza del 2026 si misura su tre fronti attivi nello stesso mese.

I tre fronti che hanno svuotato la Spagna

Dalla storia alle mappe operative: i record si contano in ettari, ma l’emergenza si decide su singoli fronti. Stando all’analisi della World Weather Attribution, tra il 13 e il 28 luglio 2026 in Spagna sono bruciati circa 140.000 ettari, per lo più per effetto di tre grandi incendi: Ávila–Madrid–Toledo, a ovest di Madrid; Guadalajara, a nord-est della capitale; e Castellón, sul versante orientale. Tre fronti in quindici giorni, con una pressione continua sul territorio.

Gli effetti non sono rimasti sulle mappe. Le ondate di calore consecutive alimentate dal cambiamento climatico hanno causato più di 30.000 decessi in eccesso in Europa, e gli incendi hanno costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case, in particolare in Spagna e Francia. Tra i due Paesi, oltre 300.000 persone sono state allontanate dalle proprie abitazioni per i record di incendio. Il dato che resta non è la superficie “europea”, ma la velocità con cui tre fronti hanno spostato centinaia di migliaia di persone in quindici giorni.

Per chi installa e gestisce reti, boschi e territori, la lezione del 2026 non è il secondo posto in classifica. È la severità meteo del 43% sopra la media che trasforma tre grandi fronti in evacuazioni di massa: la prevenzione si gioca lì, non nel perimetro del GWIS.