Dal 2017 i giovani indigeni denunciano alla FAO, ma il World Food Forum resta senza atti vincolanti.

Nel cuore della FAO, mentre il più grande raduno annuale di stakeholder agroalimentari celebrava la trasformazione globale dei sistemi del cibo, i rappresentanti indigeni denunciavano che i loro sistemi alimentari — depositari di biodiversità e conoscenze millenarie — sono a rischio di scomparsa. Il forum nato per cambiare tutto non ha ancora fermato la loro cancellazione.

La quarta edizione del World Food Forum si è tenuta presso la sede della FAO a Roma dal 14 al 18 ottobre 2024. Un evento descritto in chiusura come la fine di una settimana dedicata alla trasformazione dei sistemi agroalimentari. Ma la cornice celebrativa non ha cancellato una domanda rimasta appesa nei corridoi dello Sheikh Zayed Centre, dove il 18 ottobre di quell’anno si è chiusa la sessione finale del Forum Indigeno.

Un palco neutrale per una contraddizione profonda

Il World Food Forum è stato lanciato nel 2021 dal Comitato Giovani della FAO come rete indipendente di partner. Uno spazio che si presenta come indipendente e neutrale, avviato e ospitato dalla FAO, con l’obiettivo di trasformare i sistemi agroalimentari globali guidato dai giovani. Il cambio generazionale, insomma, come cornice di un evento che si pensa come motore del cambiamento.

Ma dietro l’annuncio c’è una distinzione che conta: un forum non è un atto vincolante. È un luogo di dialogo, non una decisione. La quarta edizione si è conclusa a Roma con la promessa di una settimana che l’organizzazione stessa definisce di impatto. E quando un palco di quelle dimensioni annuncia una trasformazione, la prima domanda è sempre la stessa: con quali risorse e con che tempi? E per chi, esattamente?

Sette anni di voci indigene, minacce sempre uguali

La risposta arriva dai fatti. Già nel 2017, le delegazioni di giovani indigeni del GIYC si recavano presso la sede della FAO per portare avanti le priorità dei giovani indigeni sui sistemi alimentari e di conoscenza dei popoli indigeni. Sette anni prima, quindi, che la quarta edizione aprisse i battenti. Il fatto che i giovani indigeni fossero alla FAO quattro anni prima che il World Food Forum esistesse dice molto: il problema non era l’assenza di un palco, ma la persistenza delle minacce. Eppure, le minacce denunciate nel 2024 erano le stesse: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, espropriazione, sfollamento, violenza e uso di sostanze chimiche dannose.

Un elenco di minacce che la stessa FAO definisce senza precedenti e che mette i sistemi alimentari indigeni a rischio di scomparsa. Il Global-Hub on Indigenous Peoples’ food systems — un thinktank che si presenta come pioniere di nuovi modi di creare conoscenza — conosce bene questo elenco. E i giovani indigeni lo hanno reso concreto durante l’incontro del Global-Hub al Forum del 2024: il cibo ultra-processato sta alterando le abitudini alimentari dei popoli tribali e indigeni, con commercializzazione delle colture, pressione e sfruttamento della terra, e problemi di salute.

È qui che la contraddizione si fa profonda. La rappresentanza formale esiste da anni: delegazioni GIYC presenti dal 2017, un Global-Hub dedicato, una sessione di chiusura del Forum Indigeno allo Sheikh Zayed Centre. Ma la protezione reale dei sistemi indigeni resta un nodo irrisolto. Le minacce sono elencate con precisione, eppure la risposta continua a essere un palco, non una protezione.

Due anni dopo, che cosa è cambiato?

Il World Food Forum si basa su tre pilastri: giovani, scienza e innovazione, investimenti mirati. La chiusura del 2024 non era una soluzione, era una cornice. Oggi, a settembre 2026, la domanda da fare non è se quei tre pilastri siano stati enunciati — lo sono stati, ripetutamente — ma se abbiano tradotto le denunce in azioni.

La quarta edizione è finita, i comunicati sono stati diffusi, i tre pilastri ripetuti. Ma tra l’annuncio e l’attuazione corre una distanza che nessun comunicato può colmare da solo. Il World Food Forum resta uno spazio di dialogo, non un meccanismo di tutela. E due anni dopo, il rischio concreto è che le voci dei giovani indigeni siano state ascoltate — senza essere seguite da nulla di vincolante.

La domanda resta aperta per chi osserva oggi le politiche alimentari: il World Food Forum è riuscito a trasformare qualcosa oltre le sale della FAO, o le voci dei giovani indigeni restano ancora in attesa di un’azione concreta?