L’isola produce elettricità quasi tutta da rinnovabili, ma la Norvegia punta su 100.000 GPU
Lo scorso giugno la Commissione europea ha presentato il Cloud and AI Development Act, con l’obiettivo di triplicare la capacità dei data center dell’Unione entro cinque-sette anni. L’atto promette anche un accesso migliore a energia, terra, acqua e finanziamenti. Ma il caso islandese mostra come il problema non sia la risorsa naturale: l’isola produce energia quasi interamente da fonti rinnovabili, eppure il suo mercato dei data center resta meno di un terzo di quanto sperava l’azienda elettrica statale. Un paradosso che si gioca più sulle regole e sulla concorrenza nordica che sulla disponibilità di elettricità.
L’energia c’è, i data center no: il paradosso islandese
L’Islanda genera elettricità quasi interamente da fonti rinnovabili: circa il 70% da energia idroelettrica e il 30% da geotermica. Già nel 2022 i data center dell’isola hanno consumato all’incirca quanto le famiglie, pari a un 5-6% della domanda nazionale di energia. Non si tratta di un’avanguardia simbolica: è una presenza industriale che pesa sulla rete. Eppure, secondo un rapporto della società di consulenza Arizton pubblicato lo scorso aprile, il mercato islandese dei data center passerà dai 449 milioni di dollari del 2025 a 769 milioni entro il 2031, con un tasso medio annuo del 9,38%. Numeri in crescita, ma non abbastanza per una compagnia elettrica statale che sperava in un mercato grande circa tre volte quello attuale.
Il piano di Bruxelles, peraltro, è un annuncio più che un atto vincolante: fissa un obiettivo di triplicazione e promette di migliorare l’accesso a energia, terra, acqua e finanziamenti, ma non stabilisce con quali risorse e con che tempi ciascun paese lo raggiungerà. L’Islanda, in questo senso, funziona da caso limite: ha l’energia, ha il terreno, eppure resta indietro. Il paradosso è che la risorsa non manca: chi si sta prendendo i carichi di lavoro che l’isola sperava di attrarre?
La risposta norvegese: 100.000 GPU entro fine 2026
La risposta arriva da un concorrente diretto. Stargate Norway prevede di fornire 230MW di capacità, con ambizioni di espansione per ulteriori 290MW. La struttura punta a consegnare 100.000 GPU NVIDIA entro la fine del 2026, con l’intenzione di espandersi in modo significativo negli anni successivi. Non è un progetto isolato: OpenAI, Microsoft e Google stanno costruendo data center nei paesi nordici, mentre i principali mercati europei raggiungono i limiti energetici e di rete. La scala della scommessa norvegese e svedese, in altre parole, è di un altro ordine rispetto a quella islandese.
Per l’Islanda il confronto è impietoso anche guardando al passato. Per anni la maggioranza delle aziende che hanno risposto alla chiamata energetica dell’isola erano cryptominer, che hanno irritato i residenti e fatto poco per spostare carichi di lavoro dal resto del mondo. L’industria dei data center islandese è iniziata con i minatori di criptovalute prima di orientarsi all’AI/HPC. Con Stargate Norway da 230MW e ambizioni di quasi raddoppio, l’Islanda non compete sulle dimensioni. Ma cosa può restare in gioco oltre la potenza?
Il referendum del 29 agosto e l’incognita delle regole
Lo scorso 29 agosto gli islandesi hanno votato se riprendere i negoziati di adesione all’Unione europea, congelati dal 2015. Il voto non deciderà da solo il futuro dei data center, ma incrocia l’altra partita: il Cloud and AI Development Act stabilisce che per triplicare la capacità europea servirà migliorare l’accesso a risorse come energia, terra, acqua e finanziamenti. In questo quadro, la posizione dell’Islanda rispetto alle regole europee può valere più dei gigawatt.
L’Islanda ha le risorse, ma non ha ancora il quadro regolatorio o la scala per trasformarle in vantaggio. Dopo il voto del 29 agosto, la vera partita non è sull’energia, ma su quale Europa sceglierà di essere.




