A Yerevan si misurerà se l’organo permanente per i popoli indigeni e il meccanismo DSI avranno risorse e pratiche
Alla vigilia della COP17 di Yerevan, in programma a ottobre, convive un paradosso difficile da ignorare: è stata costruita l’architettura istituzionale più avanzata di sempre per la biodiversità — un organo permanente per i popoli indigeni, un meccanismo per condividere i benefici del DSI, un trattato per l’alto mare — eppure le aree protette devono quasi raddoppiare sulla terraferma e più che triplicare nell’oceano entro il 2030, mentre il divario di finanziamento resta di 700 miliardi di dollari l’anno. A ripercorrere la traiettoria della Convenzione sulla diversità biologica, firmata a Rio nel 1992, è un’analisi di Greenpeace International pubblicata a fine luglio.
Nel 2022, la COP15 ha adottato il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework con l’obiettivo di arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030. Da allora il baricentro si è spostato dai testi all’implementazione, e a Yerevan si misurerà se questo passaggio è avvenuto davvero.
Cosa hanno davvero costruito a Cali: SB8j e DSI
Per capire perché la COP17 di Yerevan è diversa, occorre partire dai mattoni istituzionali posati a Cali, non dagli slogan. Alla COP16 del 2024 è stato istituito un nuovo organismo, l’SB8j, dedicato ai diritti, ai ruoli, ai territori e alle conoscenze dei popoli indigeni e delle comunità locali. In quella stessa sede, le parti hanno adottato un nuovo Programma di lavoro sull’Articolo 8(j) e altre disposizioni della Convenzione relative ai popoli indigeni e alle comunità locali, formalizzando il riconoscimento con un nuovo organo sussidiario permanente.
Sempre a Cali, le parti hanno raggiunto un accordo su come rendere operativo il meccanismo di condivisione dei benefici del DSI, ovvero delle sequenze digitali di informazioni su risorse genetiche. In questo modo si definisce un percorso per far confluire parte dei benefici generati da dati genetici digitalizzati verso la conservazione e chi custodisce la biodiversità. Rispetto al 1992, quando la CBD nasceva come una delle tre convenzioni firmate a Rio, il quadro è più concreto: il problema è che un organo permanente e un meccanismo DSI restano contenitori vuoti se non vengono riempiti di risorse e pratiche.
Il paradosso dei 700 miliardi: più fondi, ma per quale conservazione?
Se i meccanismi ci sono, la domanda diventa: chi li userà e con quali modelli? Nel febbraio 2025, nella sessione ripresa della COP16 a Roma, i governi hanno adottato la prima strategia globale per finanziare la biodiversità, con l’obiettivo dichiarato di colmare un divario annuale di 700 miliardi di dollari. A maggio 2026, la Commissione europea ha riunito a Bruxelles un incontro dedicato al divario annuale di 700 miliardi di dollari (600 miliardi di euro) entro il 2030.
Il fabbisogno è misurabile. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, le aree protette e conservate devono quasi raddoppiare sulla terraferma e più che triplicare nell’oceano per raggiungere l’obiettivo del 30% entro il 2030. Ma il problema non è solo quantitativo. Il rapporto Global Ocean Justice Now di Greenpeace International sostiene che gli obiettivi 30×30 per l’oceano non possono essere raggiunti con modelli di conservazione dall’alto che emarginano le comunità costiere.
È qui che si apre la frizione: aumentare l’estensione delle aree protette senza il consenso e il coinvolgimento delle comunità locali può far salire le percentuali ma non fermare la perdita di biodiversità. Un fondo globale per la biodiversità che non arriva ai territori, un organo SB8j senza risorse operative e un meccanismo DSI scollegato dalla gestione locale producono lo stesso risultato: un’architettura formale. Il paradosso non si risolve restando sulla terraferma: l’oceano è il fronte dove la tensione tra giurisdizioni e comunità è più acuta.
Yerevan e l’Alto Mare: il banco di prova oltre le giurisdizioni
Il Trattato BBNJ per l’alto mare è entrato in vigore il 17 gennaio 2026, dopo quasi vent’anni di negoziati. È un trattato globale per proteggere e usare in modo sostenibile le aree oceaniche oltre le giurisdizioni nazionali, uno strumento vincolante per porzioni di oceano che finora erano fuori dalla portata dei singoli Stati. La data non è un dettaglio: a Yerevan, a ottobre, la CBD misurerà se questo strumento verrà collegato ai processi della Convenzione, e in particolare ai meccanismi nati a Cali.
La domanda resta aperta: Yerevan trasformerà i meccanismi in territorialità condivisa o resterà un altro passaggio negoziale? L’attuazione dell’articolo 8(j), il funzionamento del meccanismo DSI e il coordinamento con il Trattato d’Alto Mare saranno i tre indicatori da osservare. Perché se a Cali si è costruito il contenitore, a Yerevan si capirà se c’è qualcosa dentro.
Per chi dovrà implementare il 30×30 — governi, donatori, comunità locali — la variabile decisiva non è la percentuale ma il consenso: senza un SB8j operativo e un meccanismo DSI che arrivi davvero ai territori, anche il trattato d’alto mare resterà un involucro. A Yerevan si misurerà se la biodiversità ha smesso di essere un tema da conferenza e inizia a essere una pratica di gestione.




