Il modello della consegna rapida richiede scorte abbondanti, ma la conservazione notturna è considerata antieconomica
Mentre vende 68 milioni di articoli invenduti su Amazon Outlet in un anno, ogni sera getta via furgoni pieni di cibo. È la scena che si ripete al tramonto nei magazzini del servizio di consegna rapida: lo spreco alimentare di Amazon Now, raccontato nei giorni scorsi da dipendenti e volontari su Reddit, ha il rumore sordo di portelloni che si chiudono su cassette di frutta, verdura, latticini ancora perfettamente commestibili.
Furgoni pieni fino all’orlo
«Amazon Now, la consegna in 30 minuti, butta via quantità enormi di cibo ogni giorno». La frase, comparsa su un thread di Reddit, non arriva da un detrattore qualsiasi. È la voce di chi lavora ogni mattina a stretto contatto con le logiche della distribuzione alimentare, ed è stata rilanciata da un operatore di un ente di beneficenza che si occupa proprio di recuperare eccedenze. Il racconto è crudo: «ogni sera, poiché non hanno abbastanza spazio per lo stoccaggio né celle frigorifere sufficienti, e siccome promettono prodotti “freschi”, gettano via interi carichi di furgoni».
Non si tratta di qualche pacco andato a male per un disguido nella catena del freddo. È un’operazione quotidiana, sistematica, che trasforma il cibo residuo da opportunità di recupero a rifiuto organizzato. E non per difetti del prodotto, ma per un vincolo che Amazon si è autoimposta: la freschezza garantita, istantanea, misurata in minuti dalla consegna.
Chiunque abbia provato a fare la spesa a fine giornata in un supermercato tradizionale sa che cosa significa. I banchi si svuotano, i prodotti da forno spariscono, la frutta più matura viene spostata. Ma in un supermercato fisico esistono anche gli angoli dei prodotti in scadenza, le promozioni last minute, i canali di donazione. Qui, nel modello Amazon Now, il tramonto non porta sconti: porta furgoni carichi che finiscono dritti nello smaltimento. Come può un’azienda ossessionata dall’efficienza logistica — quella che ha ridefinito la supply chain mondiale — permettersi un simile paradosso?
La macchina dello spreco «fresco garantito»
La risposta sta proprio nella promessa che regge l’intero servizio. Amazon Now non vende solo la comodità di ricevere la spesa in mezz’ora; vende la certezza che quella mela, quella mozzarella, quel pane arrivino come appena raccolti o sfornati. Una promessa che richiede scorte abbondanti e pronte in ogni momento della giornata, ma che non tollera giacenze al di là di una finestra temporale strettissima.
Quando la domanda cala, il sistema non ha margini: la catena del freddo non è stata pensata per conservare, ma per distribuire velocemente. Le infrastrutture di stoccaggio refrigerato sono insufficienti perché aumenterebbero i costi fissi e la complessità operativa di un modello che punta tutto sulla rotazione immediata. Risultato: ciò che non viene consegnato entro sera cessa di esistere come merce e diventa scarto.
Ed è qui che si apre il vero paradosso. Amazon sa benissimo come gestire l’invenduto quando si tratta di merce non deperibile. Già nel 2024, la piattaforma ha smaltito 68 milioni di articoli di venditori al dettaglio attraverso Amazon Outlet, un canale dedicato che recupera valore da resi, fondi di magazzino e prodotti fuori assortimento. Sui beni durevoli, l’azienda ha costruito un ecosistema di rientro commerciale che trasforma l’eccedenza in marginalità. Sul cibo fresco, no. Non esiste un Outlet del cibo: la variabile deperibilità rende tutto più costoso, e la promessa di freschezza non ammette compromessi percepibili dal cliente.
Così, mentre un reso di elettronica trova una seconda vita a prezzo scontato, una cassa di insalata ancora verde finisce nel cassonetto.
Amazon lo scrive, con il linguaggio levigato delle corporate, nella propria pagina sulla sostenibilità: «Per ridurre lo spreco alimentare, stiamo migliorando la gestione e i canali di distribuzione». Una dichiarazione di intenti che, letta accanto ai resoconti notturni dei dipendenti, suona come un esercizio di equilibrismo tra ciò che si comunica al pubblico e ciò che accade realmente nei magazzini. Non ci sono obiettivi vincolanti, né scadenze, né risorse allocate in modo trasparente. Solo il generico «stiamo migliorando», in attesa che il problema venga risolto — o che qualcun altro lo faccia notare.
Cosa resta (in)sostenibile
Amazon oggi dichiara di voler migliorare la distribuzione per ridurre lo spreco alimentare. Ma intanto il tonfo notturno dei furgoni continua. Non è una questione di malafede: è il sintomo di un modello di business che fa della velocità e della freschezza percepita il proprio vantaggio competitivo, e che non ha ancora trovato — o non ha ritenuto economicamente vantaggioso trovare — un meccanismo per riassorbire l’eccesso giornaliero senza minare la promessa al cliente.
Il punto è: basteranno le iniziative interne di un’azienda che corre più veloce della propria capacità di gestire le esternalità? O servirà un intervento dall’esterno, fatto di regole sulla donazione obbligatoria dell’invenduto alimentare, di piattaforme di recupero come Too Good To Go, di obblighi di trasparenza sui volumi smaltiti? Perché lo spreco alimentare di Amazon non è un incidente di percorso. È un effetto collaterale strutturale, prevedibile, e per ora tollerato, di una promessa di comodità immediata che nasconde costi ambientali che qualcuno, prima o poi, dovrà pagare.




