Dieta sana: costo medio 4,28 dollari al giorno, ma cala chi non può permettersela
Quattro dollari e ventotto centesimi PPP al giorno. È il costo medio globale di una dieta sana nel 2025, in salita rispetto ai 3,44 dollari PPP del 2021 e ai 2,94 dollari PPP del 2017. È il dettaglio tecnico che ribalta la lettura dei progressi pubblicati lo scorso luglio nel rapporto SOFI 2026 della FAO: la percentuale di affamati scende, ma per 2,69 miliardi di persone quel piatto resta fuori portata.
Un calo che non si sente nel piatto
Ma la media globale è un numero che non si mangia. Il costo di una dieta sana è salito da 3,44 dollari PPP nel 2021 a 4,28 dollari PPP nel 2025, eppure il numero di chi non può permettersela è diminuito: da 2,97 miliardi, il 37,4% della popolazione, nel 2021, a 2,69 miliardi, il 32,7%, nel 2025. Il paradosso è tutto qui: si riducono gli affamati, ma il prezzo del cibo sano continua a salire più in fretta delle capacità di spesa di quasi un terzo dell’umanità.
L’Africa e il punto cieco delle stime
Dietro la media globale si nasconde una geografia ben precisa. Nel 2025, una persona su cinque in Africa ha sofferto la fame, secondo i dati del SOFI 2026 riportati da Action Against Hunger. Il numero di affamati nel continente è passato da 171 milioni nel 2010 a 309 milioni nel 2025. Anche nelle sotto-regioni dell’Africa e dell’Asia occidentale la fame ha continuato ad aumentare.
Il Global Hunger Index 2025 di Welthungerhilfe e Concern Worldwide non offre letture migliori: il valore globale è sceso di soli 0,7 punti, da 19,0 nel 2016 a 18,3, mentre in 27 paesi la fame è tornata ad aumentare dal 2016. Significa che il progresso aggregato è trainato da pochi grandi paesi, e che una parte del mondo sta camminando nella direzione opposta.
Il punto debole del sistema, però, non è solo geografico: è statistico. Uno studio peer-reviewed pubblicato su Nature Food mette in discussione l’affidabilità delle stime ufficiali sulla fame globale. Le analisi subnazionali dell’IPC, la classificazione integrata delle fasi di sicurezza alimentare, sottostimano l’estensione e la gravità delle crisi: mancano circa una persona su cinque tra gli affamati acuti nel mondo. In pratica, le stime ufficiali non solo distribuiscono male il problema, ma ne sottovalutano la dimensione complessiva.
Conflitti, non calorie: il vero bilancio umanitario
Il punto non è solo misurare meglio, ma capire dove si combatte la fame. L’80% della spesa del WFP — oltre 6 miliardi di dollari — è assorbito da zone di conflitto create dall’uomo come Siria, Iraq e Somalia. Non si tratta di carenza di cibo: si tratta di accesso negato, infrastrutture distrutte e operazioni umanitarie che costano di più in contesti armati. In questo scenario, l’obiettivo Fame Zero al 2030 non sarà raggiunto finché i conflitti non finiranno. È un vincolo operativo, non un auspicio politico.
La conseguenza pratica è precisa: se le stime IPC mancano un affamato acuto su cinque, e se l’80% delle risorse del WFP finisce in teatri di guerra, chi pianifica gli interventi non può fidarsi delle medie. Deve lavorare con scenari più severi, perché il dato disponibile è per definizione incompleto e il contesto è armato.
I progressi globali raccontati dalla SOFI 2026 sono reali ma fragili: la percentuale scende, ma l’Africa peggiora e le stime ufficiali lasciano fuori una parte significativa della crisi acuta. Chi opera sul campo deve pianificare con stime più severe e in scenari di conflitto, non fidarsi delle medie.




