A fine luglio è arrivata la conferma di un primato che definisce ormai da anni la conservazione globale della specie: l’India è diventata l’ultima vera roccaforte della tigre, con circa il 75% delle tigri selvatiche rimaste sulla Terra. Il paese ha più che raddoppiato la sua popolazione scientificamente valutata dal 2006: secondo l’All India Tiger Estimation, la stima nazionale del 2022 parlava di 3.682 esemplari. Eppure lo scorso anno si è chiuso con 166 morti di tigri, il secondo valore più alto degli ultimi anni e in forte aumento rispetto ai 126 del 2024. La contraddizione non è nelle cifre assolute: è nella geografia.
Cosa succede sotto la NH-44
Per capire se la partita si può vincere fuori dalle riserve, bisogna guardare dove l’asfalto e le tigri si incontrano. Sulla National Highway 44, che taglia in due l’habitat di diverse riserve dell’India centrale, il Wildlife Institute of India aveva già installato nel 2022 fototrappole sotto le strutture di attraversamento e negli habitat adiacenti. Il risultato tecnico è incoraggiante: 21 mammiferi sono stati osservati mentre utilizzavano i sottopassi, a dimostrazione che le infrastrutture di mitigazione, se posizionate correttamente, vengono effettivamente accettate dalla fauna. Ma un sottopasso non è un ecosistema. Resta da chiedersi se basti a reggere il conto con la perdita di habitat.
Il conto che non torna: foresta erosa e tigri fuori dai confini
La tecnologia dei sottopassi funziona. È ciò che sta intorno a non funzionare. Tra il 2005 e il 2015, secondo uno studio recente, la copertura forestale in sei riserve di tigri dell’India centrale è diminuita di circa il 5%, mentre agricoltura e insediamenti si espandevano. Il dato va letto insieme a un’altra cifra: secondo Prakriti Srivastava e Prerna Bindra, il National Board for Wildlife ha approvato il 97% delle proposte di progetto presentate negli ultimi 12 anni. In pratica, il filtro della tutela quasi non esiste: quasi nessuna richiesta di sviluppo viene respinta, e ogni concessione si traduce in un pezzo di foresta in meno o in una barriera in più lungo le rotte di dispersione.
Il vero banco di prova non è il totale censito, ma la distribuzione di quelle tigri. Secondo la NTCA, circa il 23 per cento della popolazione — 847 esemplari su 3.682 — vive al di fuori delle aree protette. Ed è proprio fuori dai confini che la mortalità pesa di più: secondo la National Tiger Conservation Authority, lo scorso anno l’India ha registrato 166 morti di tigri, il secondo valore più alto degli ultimi anni e in forte aumento rispetto alle 126 del 2024. Il totale assoluto cresce, ma la fragilità si concentra esattamente dove il controllo dello Stato è più debole.
Il dato genetico rende il quadro ancora più preoccupante. Secondo il Wildlife Conservation Trust, nessuna sottopopolazione di tigri nel paesaggio dell’India centrale è geneticamente vitale a lungo termine da sola. In altre parole, le popolazioni hanno bisogno di scambiarsi individui attraverso corridoi funzionanti. Se quei corridoi si erodono, la cifra di 3.682 diventa un dato statistico senza valore biologico. La domanda aperta è: se il 23% delle tigri vive fuori dalle aree protette e nessuna sottopopolazione è vitale da sola, quanto vale ancora quel numero?
La misura vera è la connettività, non il censimento
Se il numero complessivo non garantisce la sopravvivenza a lungo termine, il criterio di valutazione va spostato. La partita non si gioca più sulla conta degli esemplari ma sulla tenuta dei corridoi. Qui il quadro è meno trionfalistico. Secondo Bilal Habib, «I don’t think anywhere in the world, any developing country has spent as much money as we have on mitigation, exclusively for wildlife conservation» — nessun paese in via di sviluppo ha investito tanto quanto l’India nella mitigazione delle infrastrutture esclusivamente per la fauna selvatica. L’impegno economico c’è, ed è senza precedenti. Ma la spesa in attraversamenti non compensa da sola l’erosione del paesaggio: se intorno ai sottopassi la foresta continua a ridursi, anche le infrastrutture più costose diventano isole in un territorio frammentato.
La prossima fase della conservazione della tigre non si gioca nei censimenti ma nei corridoi. I numeri del 2025 dicono che il margine si sta restringendo. La domanda finale non è quante tigri ha l’India, ma per quanto tempo ancora i corridoi le terranno insieme.




