La fine della moratoria sulla soia amazzonica riporta la deforestazione ai livelli precedenti al 2006
Lo scorso luglio, il WWF ha diffuso una ricerca scientifica sulla moratoria della soia amazzonica con un numero che ha il peso di un macigno: almeno 1,4 milioni di ettari di deforestazione aggiuntiva in Brasile nel prossimo decennio. È un aumento del 17% rispetto ai tassi storici di deforestazione dell’Amazzonia. Il dettaglio che spiega tutto è un altro: tra il 2006 e oggi la moratoria aveva ridotto quasi a zero la soia coltivata su foresta appena disboscata. Non si è spenta per inefficacia. È finita per una scelta normativa e commerciale.
Perché funzionava: il vincolo che ha tolto la soia dalla foresta
Per capire cosa si sta rompendo, serve prima vedere cosa teneva in piedi il sistema. Il patto volontario nasce nel 2006 come risposta a un’inchiesta di Greenpeace che collegava la soia alla deforestazione amazzonica. L’indignazione globale portò i commercianti di materie prime, insieme a gruppi della società civile guidati da Greenpeace, a firmare un accordo che fermava l’espansione della soia sui terreni appena deforestati. La moratoria fu rinnovata ogni uno-due anni fino al 2016, quando venne adottata a tempo indeterminato.
I numeri del suo funzionamento sono netti. Quando la moratoria è partita, quasi un terzo dell’espansione annuale della soia avveniva disboscando. Dopo l’attuazione del patto, la deforestazione per creare nuovi campi di soia è scesa quasi a zero. Non era un impegno simbolico: era un vincolo con effetti misurabili, capace di spezzare il legame diretto tra prezzo della soia e valore della foresta abbattuta.
Il cortocircuito del Mato Grosso
La risposta a cosa ne ha decretato la fine è un paradosso normativo: lo strumento viene punito proprio perché funziona. In pratica, il governo del Mato Grosso punta a limitare i benefici fiscali statali per le aziende che adottano criteri ambientali oltre quelli richiesti dalla legge, come nel caso della moratoria sulla soia amazzonica. Una legge statale del Mato Grosso revoca i benefici fiscali alle aziende che si impegnano a rispettare standard ambientali volontari oltre i requisiti legali brasiliani.
La moratoria imponeva di non comprare soia coltivata su foresta disboscata di recente, un criterio più severo del quadro legale. Per lo stato è diventato un vincolo economico da rimuovere, non da proteggere. La conseguenza è arrivata all’inizio di quest’anno: la maggioranza dei commercianti che avevano aderito ha sciolto gli impegni, indebolendo e di fatto chiudendo la moratoria. I gruppi ambientalisti sono scettici sulla capacità dei commercianti di cereali di mantenere gli impegni a non acquistare colture da terre deforestate in Brasile dopo la fine del patto ventennale.
Il cortocircuito è anche commerciale. La pressione degli acquirenti che sosteneva la moratoria si indebolisce, poiché le esportazioni brasiliane di soia si orientano verso la Cina, che non richiede approvvigionamenti privi di deforestazione. Senza un’adeguata protezione dell’Amazzonia e delle altre aree a rischio, l’aumento del commercio tra Brasile e Cina potrebbe aggravare la distruzione ambientale di questi ecosistemi.
Il conto: 1,4 milioni di ettari e il trade-off della domanda cinese
Il cortocircuito normativo produce un conto che la ricerca ha già trasformato in numeri. La proiezione indica 1,4 milioni di ettari di deforestazione aggiuntiva entro il 2036, circa due milioni di campi da calcio, con un equivalente di 745 milioni di tonnellate di CO2, paragonabile alle emissioni annuali di gas serra del Canada. Lo studio ha individuato anche 9,1 milioni di ettari di foresta su proprietà private altamente adatti alla coltivazione di soia, che potrebbero essere legalmente disboscati, e fino a 28,7 milioni di ettari di foreste pubbliche non designate più vulnerabili alla conversione illegale.
Già a febbraio 2026, Mongabay riportava che, secondo l’Amazon Environmental Research Institute (IPAM), la deforestazione nell’Amazzonia brasiliana potrebbe aumentare fino al 30% entro il 2045. Il trade-off per chi opera nella filiera è concreto: da un lato i benefici fiscali locali, dall’altro i requisiti dei compratori più esigenti. La domanda che resta aperta è se il mercato cinese continuerà a non chiedere soia libera da deforestazione, costringendo chi esporta a scegliere tra incentivi fiscali locali e accesso ai mercati più esigenti. Nel frattempo, la foresta torna a essere un costo esternalizzato.




