Lo scorso 17 luglio la Commissione europea ha presentato l’Electrification Action Plan per competitività, decarbonizzazione e indipendenza energetica. Due mesi dopo, il dato che conta non è il 70% di elettricità pulita, ma il 23% di domanda elettrificata: ferma da un decennio. Il piano nasce esattamente da questo divario.
Il paradosso del 23%
I numeri di partenza sono chiari. Mentre il 70% dell’elettricità dell’UE è ormai generato da fonti energetiche pulite domestiche, il tasso di elettrificazione della domanda energetica è rimasto al 23% per tutto l’ultimo decennio. In pratica, l’offerta di elettricità pulita è cresciuta, ma la quota di consumi finali coperta dall’elettricità non si è mossa. Raggiungere il 46% entro il 2040 — l’obiettivo indicato dal piano — potrebbe ridurre la bolletta delle importazioni di combustibili fossili dell’UE di 260 miliardi di euro all’anno.
Le promesse di risparmio non sono vaghe. Guidare un veicolo elettrico a batteria può far risparmiare fino al 78% rispetto a un’auto equivalente alimentata a combustibili fossili. Passare dalle caldaie a gas alle pompe di calore riduce la bolletta media del riscaldamento delle famiglie dell’UE fino al 60%. Se i numeri promettono tanto, perché la domanda elettrica non si muove? La risposta parte dai fondamentali: prezzi e accesso alla rete.
Perché l’elettrico resta tre volte più caro
L’elettricità costa spesso tre volte più del gas e le connessioni alla rete possono richiedere anni. È il primo freno strutturale: anche quando il conto economico di un impianto elettrico è favorevole, i tempi di allaccio lo rendono non pianificabile. Sul fronte dell’offerta, troppe tecnologie innovative non raggiungono mai la scala commerciale e le aziende hanno troppo pochi incentivi per passare dai combustibili fossili all’elettricità. Il risultato è uno stallo che il piano prova a scardinare sulla carta, ma che sul campo dipende da fattori in gran parte fuori dal controllo della Commissione.
Il costo della dipendenza dai fossili non è solo teorico. Secondo la Commissione, la recente crisi mediorientale è costata all’UE oltre 50 miliardi di euro in importazioni extra di combustibili fossili. L’Action Plan non parte dal nulla: si innesta su iniziative precedenti come il Clean Industrial Deal, l’Affordable Energy Action Plan e, più di recente, AccelerateEU. La Commissione aveva inoltre raccolto osservazioni pubbliche sul piano — insieme alla Heating and Cooling Strategy — tra agosto e novembre 2025. Il quadro è noto da mesi. Resta da capire se la leva del carbonio spingerà nella direzione giusta.
Un ETS più lento mentre Pechino accelera
Il segnale di prezzo del carbonio è l’ultimo anello: qui il piano mostra la tensione maggiore. La revisione dell’EU ETS intende allineare il sistema al target di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Ma lo fa attraverso una riduzione del fattore di riduzione lineare (LRF) a partire dal 2036: in pratica, la quantità di quote messe all’asta ogni anno calerà più lentamente, consentendo un declino annuale più dolce del tetto alle emissioni. La proposta iniziale della Commissione ha suscitato forti critiche da molti gruppi climatici ed esperti di politiche, e reazioni miste dall’industria.
Mentre il segnale europeo rallenta, la Cina ha esteso il proprio obiettivo di elettrificazione al 35% entro il 2030, adottandolo lo scorso giugno. Il confronto dice una cosa sola: chi installa e gestisce impianti puliti non deve guardare solo al costo dell’energia. Il segnale di prezzo del carbonio, oggi più lento, può spostare la convenienza relativa di elettrico e gas per anni. Il 46% al 2040 resta, per ora, una scommessa sui prezzi prima che un obiettivo di politica industriale.




