Le domande non finanziabili valgono 572,8 milioni di euro, ma le comunità energetiche in esercizio sono solo 3.630
A due mesi dal 20 luglio, il numero è lì, scomodo: 15.465 domande su 48.750 presentate al bando Pnrr per le comunità energetiche rinnovabili sono fuori dalle risorse disponibili. Quasi una su tre, come ha comunicato il GSE. Le Cer dovevano essere il pilastro dal basso della transizione. Oggi somigliano più a un imbuto: si entra in tanti, si esce in pochi.
Il GSE ha messo nero su bianco l’esclusione. Le richieste non finanziabili corrispondono a contributi domandati per 572,8 milioni di euro e a impianti per 1,329 GW. Nel frattempo, le comunità energetiche rinnovabili effettivamente in esercizio arrivano a 3.630, con appena 303 MW installati. Il divario tra la domanda e le risorse non potrebbe essere più netto. La domanda che resta aperta è semplice: da dove nasce questo cortocircuito tra promessa e risorse disponibili?
Dai 2,2 miliardi ai 1.041: la promessa che si restringe
Per capire il cortocircuito bisogna tornare indietro. Nel 2021 l’importo iniziale destinato alle Comunità energetiche rinnovabili era stato definito in 2,2 miliardi di euro. Non un dettaglio di bilancio: era la dimensione di una politica pensata per i territori, per accompagnare comuni e cittadini nella produzione diffusa di energia.
Poi, nel 2023, la natura del sostegno è cambiata. Con la modifica del Pnrr, i prestiti sono diventati contributi a fondo perduto. La Commissione europea ha stabilito un paletto: la variazione non poteva superare l’intensità massima del 40% dei costi ammissibili, per garantire il rispetto della normativa europea sugli aiuti di Stato. Da lì la promessa ha cominciato a stringersi.
Il punto di arrivo è di questi mesi: le risorse totali ammontano a 1.041,5 milioni di euro, meno della metà della cifra iniziale. L’Unione europea ha ribadito che non vi saranno proroghe alle scadenze, indicando la necessità di spostare risorse verso misure ritenute più efficaci e rapide: Transizione 4.0 e gli IPCEI su idrogeno, microelettronica e infrastrutture digitali. Le ragioni del taglio dei fondi Pnrr per le Cer sono state illustrate nelle comunicazioni del ministro Foti al Parlamento dei mesi scorsi.
In due passaggi, la promessa si è ridotta di più della metà: prima il tetto del 40%, poi le risorse riallineate. E mentre l’Unione europea sposta il sostegno verso misure ritenute più rapide, il numero delle domande escluse racconta chi resta indietro.
Chi paga il conto
I numeri nazionali si traducono in perdite locali. La Regione Umbria denuncia una riduzione retroattiva di 23 milioni di euro destinati ai Comuni sotto i 50.000 abitanti: risorse che erano state promesse e vengono tolte all’indietro. Il Decreto Transizione 5.0 introduce inoltre il divieto di individuare aree idonee entro 500 metri dai beni tutelati dal Codice dei beni culturali, come segnala Thomas De Luca.
Se le Cer non trovano più spazio nel Pnrr, quale alternativa resta per i comuni e i cittadini che avevano scommesso su di esse? La risposta non c’è ancora. E questo, più dei numeri, è il problema.




