La strategia agricola nazionale 2026-2030 esiste, ma 13,3 milioni di persone sono in insicurezza alimentare
A fine luglio, la FAO è arrivata a Food Syria 2026 con un messaggio scomodo. «La Siria non riparte da zero, riparte dalla resilienza. Ma la resilienza, da sola, non è una strategia di sviluppo. Un’economia agroalimentare funzionante lo è», ha detto Pirro-Tomaso Perri, rappresentante ad interim della FAO nella Repubblica Araba Siriana. A quasi due mesi di distanza, quella distinzione continua a pesare: la Siria ha una strategia agricola nazionale, ha investitori del Golfo pronti a scommettere miliardi, ma resta un Paese dove milioni di persone non hanno abbastanza da mangiare.
La resilienza non è una strategia
La cornice strategica esiste, ed è ambiziosa. La National Agriculture Strategy della Repubblica Araba Siriana 2026-2030 punta a fare dell’agricoltura il settore strategico per la ripresa dopo più di quattordici anni di crisi. Il problema è il punto di partenza. La resilienza evocata da Perri non è un concetto astratto: è ciò che resta dopo anni in cui i contadini hanno provato a produrre senza infrastrutture, senza input, spesso senza sicurezza. Non si tratta di un cantiere che riparte da un progetto nuovo: è un sistema da ricostruire pezzo per pezzo, a partire da ciò che resta.
Il conto della crisi è misurabile in termini concreti. Il conflitto ha causato oltre 16 miliardi di dollari di produzione agricola e zootecnica persa, con il patrimonio produttivo agricolo distrutto. All’evento di fine luglio la volontà politica non mancava: erano presenti il ministro siriano dell’Economia e dell’Industria Nidal Shaar, il ministro dell’Agricoltura e della Riforma agraria Bassel Al-Suwaidan e il ministro dell’Agricoltura libanese Nizar Hani. Ma tra una strategia decennale e la realtà dei campi e dei mercati c’è un divario che nessun documento, da solo, può colmare.
Il conto della fame
I numeri rendono quel divario tangibile. In Siria, 13,3 milioni di persone restano in condizioni di insicurezza alimentare. Il dato si scompone in modo ancora più netto: 7,2 milioni sono in insicurezza alimentare acuta, di cui 0,7 milioni in condizioni severe. In pratica, mentre si discute di strategie decennali e di finanziamenti da miliardi di dollari, una parte considerevole della popolazione non sa ancora se domani avrà di che nutrirsi. È un’emergenza umanitaria che convive con la retorica della ripresa.
I petrodollari nel granaio
Ed è qui che il paradosso si fa concreto. Il progetto da 3,3 miliardi di dollari del gruppo qatariota Baladna è solo la punta di una competizione più ampia. Secondo quanto riportato da Semafor, l’iniziativa riflette una più ampia rivalità tra investitori del Golfo, tra cui Al Dahra, sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti, per la ricostruzione del settore agroalimentare siriano. Il Qatar e gli Emirati non stanno semplicemente investendo in serre e impianti: stanno posizionandosi in un Paese che, per più di un decennio, ha visto crollare la propria capacità produttiva e che ora dipende in larga misura dagli aiuti esterni.
La posta in gioco va oltre l’agricoltura. Chi controllerà la filiera agroalimentare siriana avrà accesso non solo a un mercato da ricostruire, ma anche a una leva politica nei confronti di Damasco e, più in generale, della regione. Il rischio è che l’accesso al cibo venga modellato sulle strategie degli investitori, non sui bisogni della popolazione. Il dato dei 13,3 milioni di persone in insicurezza alimentare non è un dettaglio: è il parametro contro cui misurare ogni progetto, ogni accordo, ogni dollaro investito.
La Siria non è un foglio bianco. Lo ha detto Perri a fine luglio, e lo confermano i numeri: c’è una resilienza diffusa, costruita in anni di conflitto da contadini e allevatori che hanno continuato a produrre in condizioni estreme. Ma quella resilienza rischia di essere usata come leva per attrarre capitali che non rispondono ai bisogni alimentari reali. La vera sfida è trasformare l’attenzione internazionale in sviluppo condiviso, non in una nuova dipendenza.




