UK: 2,9 milioni di tonnellate di cibo sprecato, 25 gruppi di gleaning e 15 milioni per recuperarlo.

Da due anni, una parte dei campi di Lloyd Stone, fornitore di Riverford Organic Farmers, non entra nei normali canali commerciali: diventa cassette di frutta e verdura donate a Food in Community, società di interesse comunitario con base a Dartington, e da lì distribuite gratuitamente nel Devon. Non è beneficenza sporadica: è un flusso stabile che parte dai campi vicino ad Ashburton e arriva a persone reali, con un nome e un indirizzo.

La cassetta di Ashburton e l’ultimo miglio

Stone dona prodotti a Food in Community da due anni. L’organizzazione raccoglie da 14 anni prodotti in eccesso o non voluti da coltivatori e agricoltori locali per ridurre gli sprechi e migliorare l’accesso a cibo prodotto in modo sostenibile. Sul lato della distribuzione, Totnes Rural Area Youth Engagement, nota come TRAYE, riceve da due anni scatole gratuite di frutta e verdura da Food in Community: le cassette vengono offerte alle persone segnalate all’organizzazione, di solito per un periodo limitato fino a sei mesi, con consegna a domicilio.

Il meccanismo è semplice nella forma: raccolta dai campi, smistamento, consegna diretta. Ogni cassetta rappresenta un passaggio di mano concreto, dal contadino che segnala l’eccedenza alla persona che apre la porta. Ma proprio questa semplicità mostra il limite: il flusso di cassette copre una frazione minima del cibo commestibile che non lascia mai i cancelli delle fattorie britanniche. Il caso funziona perché esiste una relazione diretta tra un produttore, un’organizzazione di raccolta e un punto di distribuzione. Replicarlo su scala nazionale significa trasformare una rete di relazioni in una rete logistica.

Quasi 3 milioni di tonnellate: il paradosso del commestibile

Il gesto di Stone è reale, ma i numeri raccontano un’altra scala. Già nel 2022, una ricerca di WWF e Tesco stimava che ogni anno nelle fattorie del Regno Unito si perdono o sprecano circa 2,9 milioni di tonnellate di cibo commestibile. A fine luglio, un nuovo rapporto del WWF, in collaborazione con Tesco, ha quantificato il conto economico: quasi 3 milioni di tonnellate per un valore di 1,8 miliardi di sterline sprecate ogni anno.

La parte più difficile da intercettare è quella che si ferma prima del cancello. Il governo britannico stima che 330.000 tonnellate di cibo commestibile vengano sprecate o destinate a mangime animale ogni anno senza mai lasciare l’azienda agricola. In pratica, il prodotto esiste, è commestibile, ma non incontra un canale di redistribuzione: finisce in allevamento o direttamente nello scarto. La differenza tra perdita e spreco non è solo semantica: il cibo non è tecnicamente perso, ma economicamente deviato verso un canale a minor valore. Ed è qui che il paradosso diventa operativo: chi finanzia e chi organizza il salvataggio di quei volumi?

Dai 5 gruppi del 2017 ai 25 di oggi: la rete cerca scala

Se il problema è di volumi e logistica, la risposta non può restare affidata solo alla buona volontà. I numeri sulla rete mostrano un cambio di passo: in Inghilterra ci sono ora 25 gruppi di gleaning, distribuiti da Penzance a Newcastle upon Tyne, contro i 5 del 2017. Il salto è reale, ma la base resta piccola rispetto al flusso da intercettare. Da Penzance a Newcastle, d’altra parte, significa coprire climi, calendari di raccolta e filiere diverse: serve coordinamento, non solo entusiasmo.

Sul fronte dei soldi, il governo britannico ha stanziato un fondo da 15 milioni di sterline con sovvenzioni a partire da 20.000 sterline per il settore no-profit della redistribuzione alimentare. La soglia d’ingresso bassa punta a coinvolgere anche le organizzazioni più piccole, quelle che spesso si bloccano per mancanza di mezzi prima che per mancanza di cibo. È il primo segnale che la redistribuzione delle eccedenze agricole viene trattata come infrastruttura, non come attività marginale da lasciare al volontariato. Resta però il nodo: 25 gruppi e 15 milioni di sterline bastano per aggredire 2,9 milioni di tonnellate? La crescita porta con sé un trade-off tra slancio volontario e logistica professionale, tra raccolta sul campo e distribuzione porta a porta. Il cibo sprecato in fattoria non è un problema di disponibilità: è un problema di incentivi e di ultimo miglio. La partita si vince solo se i volumi dai campi arrivano alle persone prima di finire come mangime animale.