La contea punta al 22% di scarto di melone, ma il resto resta tessuto vegetale
Dentro un portafoglio vegano prodotto in Corea del Sud non c’è solo tessuto vegetale: c’è circa il 10 per cento di bucce di melone essiccate e polverizzate, mescolate a tessuti vegetali, con l’obiettivo dichiarato di arrivare al 22 per cento. È questo numero a separare un esperimento di laboratorio da un prodotto commercializzabile. Lo scorso luglio la contea di Chilgok, nella provincia del Nord Gyeongsang, ha annunciato che il suo Agricultural Technology Center ha iniziato a riciclare gli scarti di melone per produrre pelle vegana, collaborando con il marchio di moda vegana HLK per realizzare prototipi di portafogli, portacarte e borse.
La percentuale che fa la differenza: dal 4% al 10% (e oltre)
Il cuore tecnico è una polvere di bucce di melone essiccate. Come riportato da Newsis, il Centro di tecnologia agricola ha cominciato a esplorare usi pratici per gli scarti di melone già durante la stagione delle piogge del 2024. Dopo decine di esperimenti che combinavano bucce essiccate e polverizzate con tessuti vegetali, i ricercatori hanno creato una prima pelle ecologica alternativa con il 4% di contenuto di melone.
Oggi la formulazione è salita a circa il 10 per cento di scarti di melone. Il Centro di tecnologia agricola prevede di portare quel contenuto al 22 per cento e di estenderne l’uso a materiali industriali sostenibili, come gli interni automobilistici, per accelerare la commercializzazione. In termini di processo, il dato del 4 per cento era un dimostratore di compatibilità tra polvere vegetale e tessuti; il 10 per cento attuale è la formulazione che la contea presenta come prodotto commercializzato, già tradotta in prototipi con HLK; il 22 per cento è la soglia dichiarata per sostenere un impiego industriale. La contea non ha diffuso la formulazione completa: il dato pubblico, e anche il parametro di avanzamento, resta la percentuale di scarto incorporata. Ma perché proprio il melone? La risposta arriva dal fiume Nakdong.
Dal fiume Nakdong alla moda vegana: il contesto che rende unico il melone
Il numero da solo non basta: serve capire da dove nasce l’idea. Secondo la contea, i meloni invenduti finivano nel fiume Nakdong, con preoccupazioni ambientali; anche le scorte acquistate per stabilizzare i prezzi andavano sprecate. Da qui la spinta a trasformare uno scarto agricolo locale e abbondante in materia prima per la moda. La novità rispetto ad altre pelli derivate da scarti è precisa: pelli da scarti di mela e cactus erano già state sviluppate in precedenza, ma non dal melone. In questo caso il melone non è una scelta di tendenza, ma una risposta a un problema di smaltimento legato a un frutto tipico della zona: un caso di economia circolare applicata a un’eccedenza agricola, invece che a un semplice scarto di lavorazione.
Il limite del 22% e la sfida dell’automotive
Il progetto non si ferma ai portafogli. La contea punta ad alzare il tasso di inclusione del melone al 22 per cento, aumentare la produzione ed entrare in applicazioni industriali come gli interni automobilistici. È un salto di scala più impegnativo di quanto non sembri. Oggi i manufatti realizzati con HLK sono prototipi di portafogli, portacarte e borse: un prototipo può dimostrare la lavorabilità del materiale, ma non dice nulla sulla costanza tra lotti, sulla resistenza all’abrasione prolungata o sulle tolleranze richieste da un sedile o da un pannello porta.
Va poi letto il dato di inclusione. Con il 10 per cento di scarto di melone, il restante 90 per cento del materiale è composto da altri componenti, in primo luogo i tessuti vegetali usati nelle sperimentazioni. Portare la quota al 22 per cento più che raddoppierebbe l’impiego di scarto, ma lascerebbe comunque il melone in posizione minoritaria nella formulazione. Non è necessariamente un limite: è un vincolo tecnico da tenere presente quando si parla di “pelle di melone”, perché il componente dominante resta il supporto tessile, non la polvere di buccia.
La sfida vera, quindi, non è soltanto raggiungere il 22 per cento. È capire quanta biomassa servirebbe per sostenere una produzione automobilistica, con volumi di fornitura e requisiti di omologazione che i portafogli non hanno. Il caso di Chilgok mostra una direzione promettente ma ancora acerba: la vera partita si gioca sulla capacità di superare la nicchia dei prototipi e portare la percentuale di scarto oltre la soglia simbolica, senza illudersi che il 22 per cento basti a cambiare una filiera. Resta il nodo: quanto melone serve davvero per fare la differenza su scala industriale?




