Il disegno di legge punta a ridurre la dipendenza dall’estero, ma il sistema energetico sarà più digitale e interdipendente

di Sara Colombo

Lo scorso 21 luglio, l’Energy Independence Bill è arrivato in un momento delicato per il settore energetico britannico. L’obiettivo dichiarato, già anticipato a maggio, è rendere l’indipendenza energetica un capitolo della sicurezza nazionale. Ma c’è un paradosso: il sistema che la norma intende accelerare, come rileva un’analisi pubblicata da edie, sarà più distribuito, più digitale e più interdipendente di quello che conosciamo.

Già a maggio 2026, nel testo ripreso da Transport & Energy, il governo aveva spiegato che «l’indipendenza energetica deve essere un obiettivo di lungo periodo della sicurezza nazionale» e che «la sicurezza energetica della nazione richiede investimenti e riforme di lungo periodo, come dimostrato dai recenti eventi in Medio Oriente». Detto in altre parole: meno dipendenza dall’estero, più controllo nazionale. Ma il controllo passa da un’infrastruttura che il disegno di legge non mette al centro.

Un’indipendenza che dipende dalle reti

Il sistema energetico che il disegno di legge accelererà includerà più generazione locale, stoccaggio, veicoli elettrici, pompe di calore, contatori intelligenti e domanda energetica flessibile. È un’architettura che, in ogni suo nodo, dipende da reti di telecomunicazioni capaci di scambiare dati in tempo reale. Senza quelle reti, i contatori intelligenti non comunicano, la domanda flessibile non si coordina, lo stoccaggio distribuito non risponde ai segnali della rete. Eppure le reti di telecomunicazioni non vengono trattate come infrastrutture nazionali critiche al pari dell’energia.

Neil Smith, responsabile delle utilities presso VodafoneThree, lo dice senza giri di parole: le reti di telecomunicazioni dovrebbero essere trattate come infrastrutture nazionali critiche al pari dell’energia, soprattutto quando si stabiliscono priorità di investimento, piani di resilienza e ripristini durante le interruzioni. È una richiesta che suona tecnica, ma ha una conseguenza politica immediata: se il sistema energetico diventa più interconnesso e digitale,
quali vulnerabilità sistemiche restano fuori dal perimetro del disegno di legge?

La sicurezza promessa e le falle digitali

La promessa politica, però, non coincide con un perimetro di sicurezza chiaro. Se immaginiamo un Paese in cui case, industria e trasporti dipendono da energia elettrica invece che da combustibili stoccati, le vulnerabilità di sicurezza create da interferenze a livello di sistema — con i sistemi dati che governano la rete, per esempio, o con i cavi di importazione dai parchi eolici offshore — diventano un problema serio. A segnalarlo è un’analisi legale di Travers Smith dedicata al disegno di legge.

Vodafone ha già preso posizione. Secondo un’intervista a Energy Digital, la connettività delle telecomunicazioni dovrebbe essere considerata infrastruttura energetica fondamentale. In questo modo l’azienda non parla solo da fornitore: si candida a essere parte dell’ossatura del nuovo sistema elettrico. Ma se le regole non seguono, il confine tra ambizione governativa e vulnerabilità reali resta esposto.

I test che anticipano il vuoto normativo

Le parole, intanto, hanno già cominciato a trasformarsi in progetti. Vodafone ha avviato un progetto pilota nel Regno Unito per capire come lo stoccaggio a batteria possa sostenere una rete più flessibile e a basse emissioni di carbonio. E, sempre secondo quanto comunica l’azienda, quest’anno ha guidato un progetto pilota di stoccaggio distribuito in Repubblica Ceca, per esplorare come batterie su larga scala collegate alla rete possano aiutare a bilanciare domanda e offerta.

La domanda, a questo punto, non è tecnica ma politica: può esistere un’indipendenza energetica senza una protezione esplicita delle reti digitali che la governano? Per cittadini e imprese, il rischio è di scoprirlo troppo tardi.