Il ministro nomina il direttivo dell’area marina protetta prevista dalle leggi 979/1982 e 394/1991, senza consultare le associazioni.

L’area marina protetta dell’Arcipelago Toscano è attesa dalla legge n.979 del 1982 e dalla legge n.394 del 1991. Solo a luglio 2026, dopo la recente nomina di Matteo Arcenni a presidente, il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha nominato sette componenti su otto del direttivo del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Lo scorso 21 luglio, in una nota pubblicata da Greenreport, Legambiente Arcipelago Toscano si è detta “fortemente preoccupata”: tra i componenti designati non figurano profili con una comprovata esperienza nella conservazione ambientale.

La promessa di quarantaquattro anni

L’istituzione dell’area marina protetta era prevista dalla legge n.979 del 1982 e dalla legge n.394 del 1991, come ricostruisce un approfondimento di Legambiente Toscana. Non è una formalità amministrativa: sono quarantaquattro anni di promesse. A giugno 2025, il presidente uscente Giampiero Sammuri aveva ripercorso i tredici anni del suo mandato tra traguardi e sfide. La transizione, in teoria, doveva servire a consolidare il governo dell’area protetta. Invece, a luglio 2026, la scelta ministeriale ha mostrato un altro problema: il tavolo tecnico-associativo non è stato ascoltato.

Il tavolo ignorato

Ed ecco il paradosso. Il tavolo interassociativo nazionale composto da CAI, FAI, Greenpeace, Italia Nostra, Lipu, Mountain Wilderness, Touring Club Italiano e WWF aveva indicato all’unanimità al ministro Gilberto Pichetto Fratin il nome di Gabriella Solari come rappresentante delle associazioni ambientaliste. Il ministero ha invece nominato l’avvocata Cesarina Barghini. Lo scarto è netto: non è il nome a fare la differenza, ma il metodo. Quando il tavolo interassociativo viene scavalcato, la governance si indebolisce.

Legambiente Arcipelago Toscano, già molto perplessa per alcune delle scelte precedenti, ha spiegato il motivo tecnico: senza profili con esperienza nella conservazione, il direttivo rischia di dover decidere su piani, regolamenti e misure di tutela senza la strumentazione necessaria. Il cortocircuito è diventato anche politico: subito dopo la nomina, Adalberto Bertucci, coordinatore di Forza Italia all’isola d’Elba ed ex assessore del Comune di Portoferraio, si è dimesso e ha lasciato il partito. Un’uscita dal partito su un dossier di nomine locali è un segnale di attrito, non una normale rotazione.

Il direttivo di un parco nazionale non è un organo onorifico: approva bilanci, regolamenti e atti di pianificazione. Il nodo sollevato da Legambiente è proprio questo. Senza competenze di conservazione, l’organo rischia di avere meno strumenti per valutare le ricadute ambientali delle decisioni.

Il fronte sardo e il segnale

La domanda è quanto il caso toscano sia un’eccezione. In Sardegna, per tutto luglio e fino ai primi giorni di agosto, i comitati ambientalisti hanno organizzato manifestazioni e presidi contro la costruzione di un resort di lusso a Cala Finanza, in Gallura, nel nord-est della Sardegna. Il progetto sorge di fronte all’area marina protetta dell’isola di Tavolara. Anche qui il punto di frizione è il confine tra sviluppo turistico e conservazione: non un’anomalia toscana, ma un segnale.

La partita non è solo una poltrona: è il modello di governance delle aree protette italiane, e il tempo delle promesse è scaduto. Dal 1982 a oggi, il rischio non è la lentezza amministrativa ma la costruzione di direttivi che non riflettono né il metodo condiviso né le competenze richieste.