Più cibo acquatico ridurrebbe le carenze di micronutrienti, ma servono investimenti e pesca sostenibili.
166 milioni di carenze evitabili: il target che nessuno discute
Il beneficio più concreto, e più ignorato, è stato quantificato dalla Blue Food Assessment. Secondo le simulazioni del gruppo di ricerca, aumentare l’offerta di blue food attraverso investimenti sostenibili in acquacoltura e una migliore gestione della pesca potrebbe evitare 166 milioni di carenze di micronutrienti entro il 2030, rendendo questi alimenti più accessibili per le popolazioni a basso reddito. È un numero che dovrebbe valere come un’emergenza nutrizionale, non come una nota a margine dei documenti. E invece resta lì, confinato nella letteratura, mentre le domande che conterebbero — con quali risorse, con che tempi — non arrivano.
Prima di chiedersi perché, conviene guardare chi produce e chi consuma questo alimento strategico.
La realtà dei numeri: 800 milioni di redditi, 600 milioni di mezzi di sussistenza
La scala umana del settore è il dato che spiega perché il target dei 166 milioni sia tutt’altro che teorico. Secondo la FAO, 800 milioni di persone dipendono dai blue food per il proprio reddito. I sistemi alimentari acquatici forniscono nutrimento a 3,3 miliardi di persone e, in alcune comunità, contribuiscono a circa il 90 per cento dell’apporto proteico. Pesca e acquacoltura sostengono 58,5 milioni di posti di lavoro nel settore primario, inclusi quelli part-time e occasionali, e 600 milioni di mezzi di sussistenza in tutto il mondo.
Il peso economico non è concentrato nelle mani di pochi grandi operatori. La pesca su piccola scala fornisce circa il 40 per cento del pescato globale e genera 77 miliardi di dollari USA all’anno. Nelle nazioni costiere dell’Africa occidentale, la pesca sostiene 7 milioni di mezzi di sussistenza e produce 5 miliardi di dollari USA all’anno. Sono numeri che descrivono un’infrastruttura diffusa, fatta di produttori piccoli e spesso invisibili alle decisioni pubbliche.
E la produzione non si è fermata. Già nel 2022, la produzione totale di pesca e acquacoltura aveva raggiunto il record storico di 223,2 milioni di tonnellate: 185,4 milioni di tonnellate di animali acquatici e 37,8 milioni di tonnellate di alghe, con un aumento del 4,4 per cento rispetto al 2020. Record su record. Eppure la domanda futura rende questi numeri soltanto un punto di partenza.
2030-2050: la scadenza che incombe su cittadini e imprese
Se il presente è già cospicuo, il futuro impone decisioni. La FAO prevede che entro il 2030 la produzione ittica globale possa crescere di un ulteriore 15 per cento. Ma è sulla domanda che si gioca la partita vera: secondo una revisione condotta da oltre cento esperti globali e pubblicata da, la domanda globale di blue food probabilmente raddoppierà entro il 2050.
Qui la cronaca dei numeri si trasforma in una questione di policy. Crescita prevista e domanda futura impongono scelte su investimenti, gestione sostenibile e accesso ai mercati. Ma gli strumenti restano incerti: quali risorse per l’acquacoltura sostenibile? Quali regole per la pesca su piccola scala, che vale 77 miliardi l’anno ma fatica a farsi ascoltare? Le imprese e i governi costieri hanno una strategia, oppure il blue food resterà, anche nei prossimi anni, un’emergenza invisibile?
La FAO ha messo i numeri sul tavolo. La Blue Food Assessment ha modellato il beneficio possibile. I dati non mancano; quello che manca, finora, è la traduzione politica. La domanda, prima del 2030, è se qualcuno trasformerà quei numeri in politiche.




