Il progetto Salmon Gardens trasforma i resti dei salmoni in fertilizzante, recuperando azoto e fosforo per le foreste dell’Alaska.

Ogni anno il vivaio del Sitka Sound Science Center rilascia 3,1 milioni di chum, 3,1 milioni di pink e 250.000 coho. E poi scarta le carcasse come rifiuto. Dentro ogni chum adulto che torna a deporre le uova ci sono in media 130 grammi di azoto e 20 di fosforo: nutrienti che le foreste del sud-est dell’Alaska aspettano ogni stagione ma che il vivaio non riconsegna. A fine luglio, il progetto pilota Salmon Gardens del Sitka Sound Science Center ha mostrato i primi risultati del tentativo di chiudere questo ciclo, disidratando i resti dei salmoni per trasformarli in fertilizzante solido.

Un vivaio che butta via una miniera di azoto

Il paradosso è nei numeri. L’hatchery di Sitka è considerata relativamente piccola rispetto ad altre, ma i volumi sono comunque imponenti: ogni anno immette nei corsi d’acqua 3,1 milioni di chum, 3,1 milioni di pink e 250.000 coho. La parte che torna a deporre le uova, però, non finisce nel ciclo naturale delle foreste: finisce come scarto.

La posta in gioco non è simbolica. Secondo i dati dell’Alaska Department of Fish & Game, un salmone keta adulto contiene in media 130 grammi di azoto, 20 di fosforo e più di 20.000 kilojoule di energia sotto forma di proteine e grassi. Per dare un’idea della scala: un tratto di 250 metri di un torrente salmonicolo nell’Alaska sudorientale riceve più di 80 chilogrammi di azoto e 11 chilogrammi di fosforo in poco più di un mese, solo sotto forma di tessuto di salmone keta. Il vivaio di Sitka, con i suoi milioni di salmoni, sta di fatto togliendo ogni anno una quantità considerevole di questi nutrienti dal sistema.

Non è un dettaglio tecnico. Secondo Amy Gulick, gli abeti di Sitka crescono fino a tre volte più velocemente lungo i corsi d’acqua con salmoni rispetto a quelli senza. Le foreste del sud-est dell’Alaska dipendono da questo apporto stagionale, eppure il vivaio interrompe il trasferimento proprio nel punto in cui dovrebbe completarsi.

Le patate Tlingit e la lezione dimenticata

Che il salmone fosse un fertilizzante, prima che un rifiuto, non è una scoperta recente. Lungo le spiagge del sud-est dell’Alaska, la pratica era consolidata da generazioni: ogni primavera le comunità Tlingit piantavano patate lungo le spiagge esposte a sud, appena sopra l’alta marea, dove alghe e lische di pesce fornivano un fertilizzante ricco. Lo facevano lasciando i villaggi invernali per raccogliere alghe, corteccia di cedro e il primo salmone dell’estate.

La lezione era già scritta nelle spiagge: i nutrienti del salmone non andavano dispersi, andavano restituiti al suolo. Il vivaio di Sitka ha interrotto questa restituzione su scala industriale, concentrando i salmoni in un punto e scartando le carcasse invece di distribuirle dove servivano.

Chi trasforma lo scarto, chi resta a guardare

Ed è qui che entra in gioco il progetto Salmon Gardens. Non è una novità assoluta: il Leavenworth National Fish Hatchery, nello stato di Washington, ha già stretto una partnership con il compostatore Winton MFG per trasformare le carcasse di salmone in compost destinato ai terreni agricoli. Il tentativo di Sitka va nella stessa direzione, ma con una scala molto più ridotta.

I risultati, secondo chi ci lavora, sono promettenti. «This is primo grade nitrogen and phosphorus», ha detto Brenna Haakinson, riferendosi al fertilizzante solido prodotto dai rifiuti di pesce disidratati. «This is gold. I already have lots of community gardeners calling me up». Il progetto mira a compostare le carcasse dei salmoni dei vivai, normalmente scartate come rifiuto, per produrre fertilizzante liquido e compost organico per orti personali e comunitari.

Ma la fragilità sta tutta nel finanziamento. Il progetto Salmon Gardens è finanziato interamente da una sovvenzione annuale della Renewable Natural Resources Foundation, tramite una Implementation and Collaboration Grant del 2025. Una sovvenzione di un anno, non un programma strutturale. Il che lascia aperta la domanda che conta davvero: con quali risorse e con che tempi si pensa di trasformare milioni di carcasse in compost, e non restare un’eccezione pilota?

Per ora, la foresta aspetta. E il vivaio di Sitka continua a scartare.