Il turismo cresce, la manifattura arretra: l’energia pesa su moda e pelletteria.

Nel 2026 quasi una famiglia toscana su sette si percepisce “relativamente povera” (14,7%), dopo essere scesa al 9,7% solo un anno prima. Eppure le presenze turistiche hanno superato i 55 milioni e il Pil resta positivo. È il paradosso che emerge dal Rapporto IRPET diffuso lo scorso 16 luglio: una regione che non arretra, ma che si scopre divisa tra numeri che crescono e una percezione che precipita.

A scattarla è l’Istituto Regionale per la Programmazione Economica della Toscana, fondato nel 1968 e diventato ente pubblico nel 1974.

Due Toscane in una

Le presenze turistiche regionali sono aumentate del 3,8% rispetto al 2024, superando la soglia dei 55 milioni. Nello stesso tempo, la produzione industriale toscana ha chiuso il primo trimestre del 2026 con una variazione tendenziale del -0,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E la quota di famiglie che si definisce “relativamente povera” è salita al 14,7% nel 2026, dopo essere scesa al 9,7% nel 2025.

Non è una fotografia uniforme: il turismo tiene, l’occupazione non dà segnali di cedimento, ma dietro la superficie dei flussi record si nasconde una manifattura che arretra. La percezione delle famiglie, del resto, non segue la stessa traiettoria dei pernottamenti.

La crescita fragile e il costo dell’energia

Se il turismo non basta a compensare la manifattura, bisogna guardare ai numeri. Le previsioni dell’IRPET indicano una crescita del PIL toscano dello 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027: un’economia che evita l’arretramento, ma procede a un ritmo ancora contenuto rispetto alle esigenze della programmazione regionale. Il segno positivo c’è, ma è debole. L’IRPET lo dice senza giri di parole: la Toscana non è in recessione, il mercato del lavoro resta espansivo, il Pil è positivo anche se debole e la moda mostra segnali di recupero nelle vendite oltreoceano.

A rendere fragile questo equilibrio è il costo dell’energia. La Banca d’Italia ha collegato il marcato aumento dei prezzi dei beni energetici alle tensioni geopolitiche e al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz. Non è un dettaglio: la Toscana, che nel 2020 perse l’11% del Pil contro il -9% italiano proprio per il peso di esportazioni e turismo, sa quanto i settori aperti agli scambi possano trasformare uno shock globale in una frenata regionale.

Chi resta esposto

Il quadro non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti. A rischiare di pagare il prezzo più alto saranno, come ricostruito a luglio da La Nazione, i settori della moda — già colpita da una grave crisi congiunturale —, della pelletteria, della farmaceutica, del vino, ma anche dei cicli e motocicli, insieme all’agroalimentare e alla chimica di base: tutti comparti che tornano a tremare.

Non c’è recessione, ma per una famiglia che si sente “relativamente povera” e per un’impresa che guarda al costo dell’energia, la differenza tra un Pil al +0,5% e una produzione al -0,6% è la differenza tra resistere e affondare. Cosa succederà ora alle famiglie e alle imprese più esposte?