Sequestri e indagini annunciati: documenti rivelano sette navi catturate e quattordici sanzioni amministrative.
Il 22 gennaio 2025 il governo panamense annunciò di aver catturato 16 navi palangre in attività di pesca illegale dentro l’area marina protetta Cordillera de Coiba, presentando l’operazione come il più grande intervento di controllo nella storia del paese. A oltre un anno e mezzo di distanza, secondo l’analisi dei fascicoli governativi pubblicata da Mongabay a fine luglio, le navi coinvolte erano 21, non 16. Non è un refuso: è il primo segnale che l’operazione si è fermata prima della sanzione.
Il numero che non torna è il punto di partenza, non l’arrivo. Il 20 gennaio 2025 le autorità panamensi avevano sequestrato sei longliner e aperto un’indagine su altre dieci imbarcazioni che i dati di sorveglianza indicavano come presenti nell’area ma già partite all’arrivo dei controlli, come documentato nel resoconto di Mongabay del marzo 2025. Sei più dieci fa sedici: il numero comunicato dal ministero dell’Ambiente panamense, che nel comunicato ufficiale dell’operazione parlava di «16 naves palangre comercial que efectuaban actividades de pesca ilegal dentro del área protegida». Ma i fascicoli successivamente ottenuti da CIAM indicano 21 imbarcazioni, tutte longliner di proprietà panamense. Sette sequestrate, quattordici sanzionate in via amministrativa: il totale sale a 21. Il divario tra il racconto del 22 gennaio e le carte interne è il primo dato concreto di una filiera che ha iniziato a incepparsi proprio dove contava di più.
L’area in questione non è un tratto di mare qualunque. La Cordillera de Coiba è stata oggetto di una protezione ampliata già nel giugno 2021, quando il presidente Laurentino Cortizo e il ministro dell’Ambiente Milciades Concepción firmarono il decreto che ha esteso le tutele del Coiba Ridge, portando Panama a superare con nove anni di anticipo l’obiettivo di proteggere il 30 percento della propria area marina entro il 2030. Ed è qui che l’operazione del 2025 si era presentata con un’ambizione precisa: la definizione di «più grande cattura contro la pesca illegale nella storia delle aree marine protette panamensi», come riportato anche da WildAid citando il ministero dell’Ambiente. Se il perimetro protetto è così rilevante, la domanda diventa inevitabilmente quella che i fascicoli pongono in modo implicito: che fine hanno fatto i procedimenti?
Archiviazioni e multe ridotte: quando la prova satellitare non basta
La risposta, ricostruita sui documenti, è meno lineare dell’annuncio. L’Autorità per le risorse acquatiche di Panama (ARAP) ha archiviato i casi contro le sette navi sequestrate. La motivazione è tecnica e, a suo modo, esemplare dei limiti dell’enforcement in mare: secondo Eduardo Carrasquilla di ARAP, in diversi casi le imbarcazioni erano classificate come artigianali o costiere e non disponevano di Vessel Monitoring System, quindi «non c’erano informazioni satellitari sufficienti per comprovare tecnicamente l’attività di pesca presunta nell’area». In altre parole: senza trasmettitore a bordo, la posizione registrata non raggiunge lo standard probatorio richiesto.
Qui emerge il paradosso. L’analisi del tracciamento usata nel caso era stata fornita da Global Fishing Watch, una piattaforma che elabora i segnali AIS trasmessi dalle imbarcazioni per ricostruirne i movimenti. I dati per individuare le navi c’erano — tanto da aver portato al sequestro iniziale e all’apertura delle indagini — ma non sono bastati a sostenere i procedimenti una volta arrivati davanti all’ufficio che doveva deciderne l’esito. Il monitoraggio ha individuato i pescherecci; l’archiviazione ha chiuso sette fascicoli per insufficienza di prove satellitari. È il punto esatto in cui la catena del controllo si spezza.
Per le quattordici navi non sequestrate, l’ARAP ha inizialmente emesso multe. Dopo gli appelli, però, le sanzioni sono state ridotte in otto casi — in uno azzerate — con la multa massima scesa a 12.000 balboas (circa 12.000 dollari) e otto imbarcazioni sanzionate per 10.000 balboas. Nel corso del 2025 l’Agenzia ha comunque emesso sanzioni amministrative a carico di più navi, con pene per i capitani e sospensioni temporanee delle licenze, come ricostruito da Global Fishing Watch. Sul fronte del ministero dell’Ambiente, le sanzioni — incluse multe — hanno colpito 13 delle 21 navi coinvolte. Ma anche qui il percorso amministrativo non è arrivato a compimento: secondo Maximiliano Bedoya, il processo non si è concluso perché le multe sono in appello e quindi non sono ancora state applicate. Il dato resta sospeso: sanzioni emesse, appelli pendenti, nessuna esecutività piena.
Radar M2 e motovedetta: la risposta sul campo
Se sul piano sanzionatorio il percorso è accidentato, sul piano operativo c’è un dato diverso. Il 28 agosto 2025 una nuova cattura è avvenuta in mare aperto nel Parco nazionale di Coiba, la seconda da quando è entrata in servizio la nuova motovedetta dotata del radar M2 fornito da ProtectedSeas e finanziato da Global Conservation, come documentato nell’annuncio della cattura. La combinazione tra pattugliamento fisico e radar costiero ha permesso di intercettare un’imbarcazione impegnata in pesca illegale, mostrando che il rilevamento può tradursi in azione quando la strumentazione è presente e operativa.
Ma il caso del 2025 insegna una cosa precisa: individuare non basta. Una motovedetta in più e un radar M2 funzionante spostano l’esito solo se a valle esiste una filiera che regge il peso dei fascicoli, delle archiviazioni e degli appelli. Per chi gestisce un’area marina protetta la domanda non è soltanto «quante navi rilevi», ma «quante sanzioni arrivano a compimento». Ventuno navi coinvolte, sette archiviazione, multe ridotte in otto casi, tredici sanzioni sospese in appello: senza una filiera sanzionatoria che regga il numero esatto, la multa e l’archiviazione restano battaglie perse.



