Sequestrati 711 pangolini: le rotte del traffico illegale ricostruite, ma i processi partono solo nei porti.

Oltre 100 tonnellate di pangolini transitate nel traffico internazionale in un solo anno, eppure la giustizia si ferma al porto dove arrivano i container, non alla foresta dove partono i bracconieri. È il paradosso che emerge dallo studio pubblicato lo scorso luglio su PLOS Biology, che ha sequenziato 711 campioni di pangolini per ricostruire le rotte del commercio illegale con una precisione che il sistema penale, finora, non è riuscito a trasformare in condanne.

La geografia del traffico

Per capire dove si annida davvero il traffico, lo studio ha sequenziato 711 campioni tramite gene-capture, coprendo 671 loci per circa 607-627 kbp di DNA nucleare. Non è un dettaglio per addetti ai lavori: è ciò che permette di assegnare ogni animale sequestrato a un punto preciso della foresta, superando la logica del sequestro anonimo che ha dominato per anni le indagini sul traffico di specie selvatiche.

I dati disegnano una mappa esplicita. I principali hotspot del traffico internazionale sono il Camerun sud-occidentale per il pangolino dalla pancia bianca, il Borneo sud-occidentale per il pangolino della Sonda e il Myanmar per il pangolino cinese. Il traffico domestico copre in media 454 chilometri, mentre i sequestri internazionali — che riguardano soprattutto squame — indicano un approvvigionamento regionale più ampio, con rotte che si estendono ben oltre il mercato locale della carne selvatica.

La scala del fenomeno, intanto, è cresciuta a dismisura. Secondo i dati dell’UNODC, il traffico internazionale è aumentato nettamente dal 2014, superando le 100 tonnellate nel solo 2019. E sempre secondo l’UNODC, i pangolini rappresentano circa il 28% degli incidenti di sequestro di animali registrati a livello internazionale: quasi tre sequestri su dieci riguardano questa specie, una quota che nessun’altra categoria animale raggiunge.

Ma una mappa precisa non equivale ancora a un’accusa.

La precisione che non arriva in tribunale

Se il DNA permette di risalire a meno di dieci chilometri dal punto di cattura, che cosa impedisce di usarlo contro chi cattura? La domanda non è retorica. Lo studio ha dimostrato che è possibile identificare l’origine geografica dei pangolini trafficati con una precisione notevole, a volte entro meno di dieci chilometri dal luogo di cattura. Dieci chilometri: la distanza tra una trappola nella foresta e il villaggio dove qualcuno la controlla ogni mattina.

Il problema non è la biologia, è il diritto. Vincent Nijman, esperto di traffico di specie selvatiche, ha osservato che il valore applicativo dello studio potrebbe essere limitato: i procedimenti penali vengono avviati dove le spedizioni vengono sequestrate, non dove i pangolini sono stati catturati. In altre parole, il DNA può dire con precisione quasi forense che quel carico è partito da una foresta del Camerun sud-occidentale, ma il processo si celebra nel porto dove il container è stato aperto. La prova scientifica c’è. Manca il collegamento giurisdizionale che la porti lì dove è avvenuto il reato originario.

Questo scarto non è solo tecnico. È il prodotto di come sono costruite le indagini sul traffico di specie selvatiche: i sequestri avvengono nei punti di transito o di arrivo, dove le autorità doganali hanno competenza e risorse, mentre i punti di cattura si trovano in aree remote, spesso in Paesi con apparati investigativi deboli o corrotti. La genetica ha risolto il problema del dove. Il problema che resta è chi può agire, e con quale mandato.

Eppure, prima ancora di questa tecnologia, il commercio era già stato vietato. Cosa è cambiato dal 2016?

Il divieto che non ha fermato le rotte

La domanda porta al 2016, quando la CITES ha spostato tutte le otto specie di pangolino dall’Appendice II all’Appendice I, il massimo livello di protezione previsto dalla convenzione. Da quel momento, ogni forma di commercio internazionale è illegale. Eppure la conoscenza scientifica precede, e di molto, l’azione legale. Già prima dello studio di luglio, i sei lignaggi criptici del pangolino dalla pancia bianca erano stati delineati da Gaubert e colleghi; quei lignaggi sono stati successivamente rintracciati da Zhang e colleghi in sequestri su larga scala a Hong Kong.
La struttura nascosta delle popolazioni era già nota, e già presente nei carichi sequestrati.

Ora che conosciamo i sei lignaggi criptici e sappiamo dove vivono, chi controllerà davvero le rotte?

La mappa genetica c’è, la precisione c’è. Ma finché i processi restano ancorati ai porti di sequestro e non ai punti di cattura, i pangolini continueranno a essere una statistica nei rapporti UNODC, non una specie protetta. La domanda non è più scientifica, né tecnica. È giurisdizionale, investigativa, politica. Cosa serve perché quei dieci chilometri diventino una condanna?