Elettrificazione 2026: otto principi per il dialogo coi territori, senza obblighi per gli Stati.

Quattro anni per un sì: il collo di bottiglia dei permessi

Secondo SolarPower Europe, in diversi paesi dell’Unione i tempi di autorizzazione per gli impianti solari arrivano fino a quattro anni, il doppio del limite massimo previsto dalla direttiva RED III. In diversi paesi europei, i ritardi autorizzativi per il solare superano i due anni e in alcuni casi si estendono fino a quattro. Significa che, anche dove la tecnologia è matura e i costi sono scesi, la messa a terra di un impianto resta bloccata a monte, nelle procedure e nel consenso locale.

La direttiva sulle energie rinnovabili, del resto, chiede ai paesi dell’UE di promuovere l’accettazione pubblica dei progetti attraverso la partecipazione diretta e indiretta delle comunità locali. La stessa Commissione lo ammette senza giri di parole: senza il consenso degli stakeholder pubblici, la realizzazione delle infrastrutture subirà ritardi significativi, con il rischio di compromettere gli obiettivi della transizione energetica. Il collo di bottiglia, insomma, non è il pannello o l’inverter: è il permesso che non arriva perché il territorio non è convinto.

Otto principi e zero obblighi: dentro la cassetta degli attrezzi

La risposta della Commissione arriva con il pacchetto energia sull’elettrificazione, pubblicato il 17 luglio 2026. Il toolbox stabilisce otto principi chiave e condizioni per un’efficace partecipazione pubblica, accompagnati da un catalogo di buone pratiche nei paesi dell’UE. Il pacchetto comprende anche due proposte legislative: la revisione del regolamento TEN-E e l’accelerazione del rilascio dei permessi.

Qui sta il punto: il toolbox è un catalogo di principi e buone pratiche, non un regolamento. Non impone quote obbligatorie, non fissa sanzioni, non introduce diritti azionabili per i residenti. Dice come si potrebbe fare una buona partecipazione pubblica, ma lascia agli Stati la scelta di tradurre i principi in norme. Il valore, quindi, è più esemplare che vincolante. E davanti a un territorio che si oppone, un principio ben scritto pesa meno di un interesse economico concreto.

Il paradosso è evidente: la direttiva RED chiede ai paesi di promuovere l’accettazione pubblica, ma se la promozione resta un invito e non un meccanismo obbligatorio, il consenso continua a essere il vero fattore limitante per chi sviluppa impianti. Gli otto principi aiutano a capire come impostare il dialogo, ma non risolvono il problema di fondo: chi resta fuori dalla filiera economica non ha alcun incentivo strutturale a dire sì.

Danimarca docet: il 20% che cambia il consenso

Per capire se gli otto principi bastano, serve guardare dove la partecipazione è già obbligo, non invito. In Danimarca, dal 2009, la legge sulle energie rinnovabili impone almeno il 20% di proprietà comunitaria per tutti i nuovi progetti eolici. Non è una raccomandazione: è un vincolo di legge che obbliga lo sviluppatore a riservare una quota dell’impianto a chi vive nel territorio. Il risultato è che il consenso non deve essere inseguito a posteriori, ma viene costruito dentro il progetto fin dall’inizio.

La Commissione conosce bene questo meccanismo. Ad aprile 2026, ha pubblicato raccomandazioni agli Stati membri per sostenere lo sviluppo delle comunità energetiche e promuovere l’autoconsumo nell’UE. Sono indicazioni che vanno nella direzione giusta, ma restano appunto raccomandazioni. Il confronto è impietoso: da una parte otto principi e un catalogo di buone pratiche, dall’altra una quota di proprietà comunitaria imposta per legge che, nel caso danese, ha reso ordinario ciò che altrove è l’eccezione.

La domanda aperta è semplice: un catalogo di buone pratiche potrà mai pesare quanto il 20% di una turbina assegnato per legge a chi abita lì vicino? Finché la partecipazione economica locale resterà volontaria, il toolbox resterà un punto di partenza necessario ma non sufficiente. Il consenso continuerà a essere il vero collo di bottiglia per chi installa e per gli obiettivi della transizione.