Il divieto assoluto, scattato ad aprile, ha portato al rimpatrio di 143 container tra gennaio e luglio

Tra gennaio e maggio 2026 il porto di Klang ha movimentato quasi 6,4 milioni di TEU, le unità equivalenti a container da 20 piedi: circa 3,2 milioni di container standard da 40 piedi. In questo stesso traffico, secondo il portavoce dell’AKPS citato da un approfondimento di Mongabay, la task force Op Green Shield ha rimandato al paese di origine 143 container carichi di rifiuti elettronici tra il 26 gennaio e il 7 luglio 2026: 3.370 tonnellate corte, pari a 3.057 tonnellate metriche.

Il conto dei container: 3.370 tonnellate di ritorno

Le autorità doganali malesi hanno intercettato quasi 200 tonnellate di rifiuti elettronici al porto di Port Klang. Per dare una scala al fenomeno: nel 2022, secondo il Global E-waste Monitor, il mondo ha generato 68,3 milioni di tonnellate corte (62 milioni di tonnellate metriche) di rifiuti elettronici. I container rispediti indietro nei primi sei mesi di applicazione della nuova stretta pesano quindi una frazione minima rispetto al totale globale, ma rappresentano il risultato operativo più tangibile di una politica che ha smesso di trattare l’e-waste come merce ordinaria.

Ma quei 143 container respinti non sono un caso isolato: dietro c’è un divieto assoluto scattato con una data precisa.

Il 1° aprile: quando l’e-waste è diventato merce assolutamente proibita

Dal 1° aprile 2026 l’importazione di rifiuti elettronici in Malesia è ufficialmente vietata come articolo assolutamente proibito ai sensi del Customs (Prohibition on Imports) Order 2023. Il divieto è entrato in vigore con il Customs (Prohibition on Imports) Order (Amendment) (No. 3) 2026, pubblicato nella Gazzetta Federale come P.U.(A) 151/2026 e operativo da mercoledì 1 aprile. La rigidità del quadro normativo non ha però spento il flusso fisico: i rimpatri della task force si sono protratti ben oltre quella data. Se il divieto è assoluto, perché gli Stati Uniti continuano a spedire? La risposta sta in un trattato firmato da 190 paesi ma non da uno.

Il buco di Basilea: 190 paesi dentro, il principale esportatore fuori

La risposta sta in un dettaglio giuridico che diventa strutturale: la Convenzione di Basilea. Ad agosto 2024, 190 paesi e la Commissione Europea risultano Parti della Convenzione di Basilea. Gli Stati Uniti no: grande esportatore di rifiuti elettronici, non hanno ratificato il trattato, e quindi le loro spedizioni non ricadono nel regime di consenso preventivo e informato che vincola le Parti. In pratica, il trattato impone a un paese esportatore di ottenere l’approvazione scritta del paese destinatario prima di autorizzare il movimento del carico; chi sta fuori, come Washington, può continuare a spedire senza quel passaggio.

La portata del canale statunitense è misurabile. Un’indagine del Basel Action Network, dal titolo Brokers of Shame, ha stimato che i soli broker di rifiuti elettronici degli Stati Uniti spediscono circa 1.949 container al mese dai porti nazionali, con la Malesia come destinazione primaria ricorrente. Secondo l’UNODC nel suo approfondimento sul traffico di rifiuti, Malesia, Vietnam, Thailandia e Indonesia sono diventate le principali destinazioni nel Sud-est asiatico per l’afflusso di rifiuti legali e illegali provenienti da Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e Unione Europea.

Secondo la stessa agenzia ONU, le misure adottate dai paesi del Sud-est asiatico — rimpatrio dei container e divieti di importazione — hanno già portato a una riduzione della quantità di rifiuti in arrivo. Resta però la domanda strutturale: se il canale statunitense resta fuori dalle regole, i divieti del Sud-est asiatico potranno davvero reggere? Il Sud-est asiatico ha iniziato a chiudere la porta, ma finché gli Stati Uniti restano fuori dalla Convenzione di Basilea, il flusso di container non è davvero interrotto.