La scommessa tunisina si gioca in un Nord Africa diviso tra modello marocchino e costi proibitivi delle tecnologie importate.

Lo scorso luglio l’Assemblea dei rappresentanti del popolo tunisino ha approvato un prestito di 430 milioni di euro della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, destinato a realizzare un gigawatt di fotovoltaico e a ristrutturare la rete elettrica. L’obiettivo dichiarato, secondo il ministero tunisino dell’Energia, è portare la quota delle rinnovabili nel mix elettrico dal 5,1% al 27% entro il 2028. Un salto di oltre cinque volte in due anni. Nel frattempo, l’84% dell’elettricità tunisina arriva da vecchie centrali a gas, alimentate per circa l’80% con gas importato: i piccoli giacimenti locali al confine con la Libia hanno iniziato a esaurirsi. Il paradosso è servito.

Un balzo dal 5,1% al 27%: la scommessa tunisina

La posta in gioco interna è reale. Secondo le previsioni, le rinnovabili potrebbero assicurare 30mila nuovi posti di lavoro in un paese con un tasso di disoccupazione del 15%, che sale fino al 30% tra i giovani. Per un governo che fatica a creare occupazione, la promessa pesa almeno quanto quella energetica. Ma il 27% entro il 2028 presuppone che ogni anello della filiera funzioni: la rete da ristrutturare, i produttori indipendenti da coinvolgere, i contratti di acquisto dell’energia da sottoscrivere. Non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra un annuncio e un impianto collegato alla rete.

E la Tunisia non corre da sola. Quanto vale questo obiettivo nel contesto regionale?

Marocco avanti, Desertec alle spalle: la gara del Mediterraneo

Per capire la scommessa tunisina serve guardare ai vicini. Il Marocco è stato il primo paese del Nord Africa a puntare sulle rinnovabili fin dal 2009, non a caso l’unico paese dell’area privo di significative risorse fossili. Oggi solare ed eolico coprono il 45% della domanda interna marocchina, e Rabat vuole arrivare al 52% entro il 2030. Il Marocco è anche il paese nordafricano più avanzato nella produzione di energia solare e sta già esportando elettricità verso l’Europa tramite due collegamenti elettrici esistenti con la Spagna. La Tunisia, in questa gara, parte da lontano.

Alle spalle c’è il fallimento di Desertec, l’iniziativa che mirava a fornire circa il 20% dell’elettricità europea entro il 2050 tramite una rete di impianti solari ed eolici in Medio Oriente e Nord Africa. Il costo totale stimato dell’iniziativa era di circa 400 miliardi di euro. Non è mai decollato. E intanto il Piano Mattei per l’Africa coinvolge inizialmente Egitto, Tunisia, Marocco e Algeria, stando alla documentazione ufficiale del governo italiano. Le ambizioni regionali si scontrano però con una realtà meno visibile: chi produce i pannelli?

L’ostacolo nascosto: fabbriche assenti e cambi sfavorevoli

E qui i numeri tornano scomodi. Il programma TEREG, sostenuto dalla Banca mondiale, mira a mobilitare 2,8 miliardi di dollari in investimenti privati per aggiungere 2,8 gigawatt di nuova capacità solare ed eolica entro il 2028 e a ridurre i sussidi energetici di 2,045 miliardi di TND dal bilancio statale. In parallelo, il progetto ELMED prevede un cavo sottomarino HVDC da 600 MW e 200 km che collegherà le reti elettriche di Tunisia e Italia, con costruzione prevista entro il 2028. L’infrastruttura c’è, sulla carta.

Il problema è a monte. L’Africa ha pochissime fabbriche per componenti di energie rinnovabili ed è costretta a importare moduli fotovoltaici e turbine eoliche da Europa o Asia. I tassi di cambio sfavorevoli rendono i componenti per le rinnovabili più costosi in Nord Africa, mentre i combustibili fossili sono più economici nella maggior parte dei paesi nordafricani. Tradotto: la Tunisia vorrebbe comprare pannelli con una valuta debole per sostituire un gas che ancora costa poco. Finché questa equazione non si inverte, il 27% resta un numero su un documento. E il programma che dovrebbe ridurre i sussidi di 2,045 miliardi di TND rischia di rendere il gas più caro prima che i pannelli diventino convenienti. Se la riduzione dei sussidi scatta quando la capacità rinnovabile non è ancora sufficiente, famiglie e imprese pagheranno bollette più alte senza un’alternativa reale. Se invece i sussidi restano, il bilancio statale continua a finanziare il gas importato: lo stesso gas che il 27% dovrebbe sostituire. La sequenza temporale è il punto.

Per cittadini e imprese tunisine, il vero nodo non è se il sole splende, ma se il 27% arriverà prima che il gas importato diventi insostenibile — e se qualcuno costruirà i pannelli abbastanza vicino da renderli convenienti.