Centomila ettari contro 53.400. Non è una sfumatura agronomica: è il divario strutturale che costringe l’Italia a importare legno di pioppo pur avendo alle spalle ottant’anni di ricerca e selezione clonale. Il documento sul pioppo del CNBBSV, pubblicato lo scorso 21 luglio come allegato, mette sul tavolo numeri precisi e prova a indicare una direzione. Ma quanto di questa strategia è davvero operativo?
Il CNBBSV è il Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita, un organismo della Presidenza del Consiglio con funzioni di supporto al Governo, costituito nel 1992. Non è un soggetto attuatore: produce analisi e indicazioni. E l’analisi sul pioppo parte da una base solida: in Italia da 80 anni si è sviluppata un’intensa attività di ricerca e selezione clonale che ha diffuso materiale genetico di qualità e tecniche colturali a elevata sostenibilità ambientale ed economica. Il Centro di ricerca CREA Foreste e Legno di Casale Monferrato è erede dell’Istituto di Sperimentazione per la Pioppicoltura fondato nel 1939.
Centomila ettari, la promessa che manca
Il fabbisogno industriale nazionale di coltivazioni specializzate di pioppo è stimato in almeno 100.000 ettari, mentre le superfici attuali si attestano a circa 53.400 ettari. Il divario tra domanda e offerta rende necessario il ricorso costante alle importazioni di legno di pioppo. L’implementazione della strategia potrebbe aumentare la produzione nazionale, riducendo la dipendenza dall’estero, e creare opportunità di lavoro sia in agricoltura sia nell’industria, oltre a incrementare la capacità locale di fissazione di CO2 e il suo stoccaggio in manufatti di lunga durata.
Numeri che disegnano una promessa concreta: più superfici, più occupazione, più carbonio immobilizzato. Ma ogni promessa di espansione si scontra con un vincolo fisico e normativo preciso: le aree golenali.
Golenali e Cina: il paradosso della genetica
Il documento non nasconde il nodo. Le aree golenali sono il terreno ideale per la pioppicoltura, ma sono anche il luogo in cui si concentrano esigenze idrauliche, ambientali e di ripristino della naturalità fluviale. Il documento evidenzia con chiarezza le preoccupazioni legate alle aree golenali, dove la pioppicoltura trova spesso condizioni favorevoli ma dove convivono interessi diversi e talvolta contrapposti. Non basta dire che servono 100.000 ettari: bisogna stabilire dove collocarli senza compromettere la funzione idraulica dei fiumi.
Il confronto internazionale rende il paradosso ancora più netto. La Cina è l’unico paese al mondo con piantagioni commerciali significative di pioppo Bt transgenico. Secondo Lu e Hu, 2011, dal 2001 l’area è cresciuta fino a 450 ettari, da quando due pioppi Bt transgenici sono stati commercializzati. Il fatto che la Cina sia l’unico paese con piantagioni commerciali significative di pioppo Bt colloca l’Italia, almeno su questo fronte, fuori da quel tipo di filiera: il documento del CNBBSV fotografa una filiera che continua a puntare sulla selezione clonale, non su coltivazioni transgeniche commerciali.
Un allegato, non un piano vincolante
Per capire quanto la strategia possa tradursi in ettari reali, serve osservare la natura del documento: è un allegato del CNBBSV, non un atto normativo né un programma di finanziamento. Il Comitato ha funzioni di supporto al Governo: può indicare priorità e criticità, ma non può imporre superfici o sbloccare autorizzazioni nelle aree golenali. Resta aperta la domanda su chi, e con quali strumenti, dovrà trasformare la promessa in piantagioni.
Il deficit di pioppo non si colma con un allegato: servono scelte operative su golenali, genetica e incentivi. Per chi coltiva, il potenziale c’è; per chi importa, la dipendenza non sparirà presto.




