Il piano nazionale resta un elenco di buone intenzioni, la Toscana risponde con ordinanze e stati di emergenza.

361 azioni e nessuno strumento per attuarle: già nel gennaio 2024 il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici aveva individuato 361 azioni settoriali, ma restava privo dei finanziamenti e della governance necessari a renderle operative. Nello stesso scorcio di tempo la Toscana affrontava la siccità con altri mezzi: ordinanze nazionali, stati di emergenza regionali e l’appello della Regione per la riduzione dei consumi idrici. Il divario tra il piano e la pratica racconta una politica dell’acqua che ha scaricato sui territori fragili il rischio di restare a secco.

Il caso toscano funziona da lente. Da una parte un piano nazionale che elenca le azioni senza metterle in condizione di essere eseguite; dall’altra un territorio che risponde all’emergenza con gli strumenti che ha: ordinanze, stati di emergenza, appelli a ridurre i consumi. Il risultato è una politica che sposta il rischio verso i bacini più esposti, quelli che non possono contare né su grandi riserve né su alternative rapide.

Il piano: 361 azioni, zero governance

Vale la pena soffermarsi su quel numero: 361. Racconta un piano ambizioso, costruito per rispondere agli effetti del cambiamento climatico. Ma l’ambizione si fermava sulla carta. Il Pnacc aveva individuato 361 azioni settoriali senza però indicare i finanziamenti e la governance necessari ad attuarle: c’erano gli interventi, mancavano le risorse e la catena di responsabilità. È la distanza tra l’annuncio politico e l’attuazione reale. Un piano senza risorse non è un piano: è un elenco. E un elenco non governa la siccità. Perché governare la siccità significa decidere chi paga, chi interviene e chi risponde quando le cose vanno male. Su questo il piano taceva.

La prova arrivava dalla gestione concreta della crisi. L’emergenza idrica del 2022 non fu governata dal piano, ma da una sequenza di atti d’urgenza: l’ordinanza nazionale OCDPC 920/2022, prorogata dalla OCDPC 1072 del febbraio 2024, e una delibera regionale del 6 maggio 2024 per superare la criticità. Già nel luglio 2022, il presidente della Regione Eugenio Giani aveva firmato lo stato di emergenza regionale per la crisi idrica determinata dalla siccità. L’annuncio politico c’era, l’atto vincolante c’era; mancava la governance ordinaria che evitasse di arrivare ogni volta all’emergenza.

Se il livello nazionale non offriva una governance, chi ha davvero governato la crisi toscana? La risposta, nei fatti, non stava nel piano. Stava nelle ordinanze, nelle delibere, nelle riserve locali. Il paradosso è tutto qui: il documento più completo sull’adattamento climatico finiva per essere un osservatore, mentre la partita si giocava ai livelli più bassi, con strumenti pensati per l’eccezione.

La Toscana tra riserve e bacini in affanno

La Toscana reggeva, ma su un equilibrio fragile. La situazione idrica regionale restava sotto controllo grazie alle riserve dell’invaso di Bilancino. Bastava scendere di scala perché il quadro cambiasse: il sottobacino della Pesa presentava già criticità idriche, per il deficit di piogge primaverili e un giugno particolarmente secco. Il contrasto era tutto interno al territorio: riserve capienti da una parte, bacini in affanno dall’altra.

Questa asimmetria non era un dettaglio tecnico. Significava che la tenuta del sistema dipendeva da un singolo punto di forza, mentre alcune aree vivevano già condizioni da stress idrico. Di fronte a un obiettivo di sicurezza idrica, il sistema regionale non poteva indicare con quali risorse e con che tempi avrebbe coperto i bacini più esposti. Non era una questione di previsioni sbagliate: era il limite strutturale di una gestione basata sulle scorte. Le riserve possono differire il problema, non risolverlo. La domanda restava aperta: cosa succede quando i picchi di consumo incontrano una disponibilità in calo?

Il conto aperto per i territori fragili

La risposta era scritta, e non era rassicurante. I picchi di consumo, uniti alla flessione della disponibilità delle fonti di approvvigionamento, potevano generare criticità e interruzioni del servizio, specialmente nelle aree più vulnerabili della Toscana. Non un’ipotesi remota: lo scenario che l’Autorità Idrica Toscana indicava come imperativo da evitare. E resta, ancora oggi, la domanda che nessuna ordinanza ha finora sciolto: cosa succederà a cittadini e imprese dei bacini fragili quando le riserve di Bilancino non basteranno più?