L’impianto pratese punta a intercettare i flussi in vista degli obblighi europei sulla responsabilità estesa del produttore
Lo scorso 22 luglio è stato inaugurato a Prato il Textile Hub realizzato da Plures. L’impianto, come documenta Greenreport, è dimensionato per trattare 20.000 tonnellate di rifiuti tessili post-consumo provenienti dall’intero bacino regionale e 13.000 tonnellate di scarti pre-consumo generati dal distretto pratese. Alla base ci sono sistemi di selezione automatica dotati di sensori ottici nel vicino infrarosso, i Nir, che riconoscono le fibre tessili. È il dettaglio tecnico che prova a scalfire un dato italiano ancora pesante: circa l’80% dei rifiuti tessili continua a finire in discarica o negli inceneritori.
Un sensore e 33mila tonnellate: il cuore tecnico del Textile Hub
La cifra tecnica sta nei sistemi di selezione automatica dotati di sensori ottici nel vicino infrarosso, i Nir. A differenza di un nastro che si limita a movimentare materiale, qui il riconoscimento delle fibre tessili avviene mentre il materiale scorre, e ogni frazione viene indirizzata verso il percorso corretto. Il Textile Hub lavora su due flussi: 20.000 tonnellate di rifiuti post-consumo dal bacino regionale e 13.000 tonnellate di scarti pre-consumo generati dal distretto. Sommati, sono 33.000 tonnellate di materiale che altrimenti rischierebbe di finire in discarica o in un inceneritore. Il dato rilevante è proprio la capacità di lavorare su volumi misti senza perdere la destinazione d’uso: è questo che distingue un impianto di recupero da un semplice sito di stoccaggio.
Dal 1850 alla Direttiva Quadro: la circolarità diventa obbligo
Perché proprio Prato? Lo conferma Corertex: nel distretto l’economia circolare tessile si pratica dal 1850. La novità non è quindi il riuso in sé, ma il contesto normativo che lo rende via via obbligatorio. La revisione mirata della Direttiva Quadro sui Rifiuti per i tessili è entrata in vigore il 16 ottobre 2025 e impone regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) obbligatori. Gli Stati membri devono recepire la revisione nelle legislazioni nazionali entro il 17 giugno 2027 e istituire i regimi EPR per prodotti tessili e calzaturieri entro il 17 aprile 2028. Questo doppio binario — tradizione distrettuale da una parte, scadenze europee dall’altra — spiega perché il Textile Hub non è un esperimento isolato: prova a posizionare Prato in anticipo rispetto a un obbligo che, entro il 2028, cambierà i flussi in tutta l’Unione.
Riuso, selezione, pre-sfilacciatura: il confine tra promessa e collo di bottiglia
Se la normativa dà la direzione, è sul campo che si misura la tenuta del progetto. A regime, come riportato da Recyclind, circa il 60% dei materiali post consumo potrà essere destinato al riuso dopo le operazioni di sanificazione; il restante 40% andrà alla selezione per fibra e alla pre-sfilacciatura, il primo passaggio del riciclo meccanico. Dietro questa ripartizione c’è proprio la selezione automatica: la Commissione europea identifica la selezione automatica come indispensabile per una filiera tessile realmente circolare.
Il nodo non è più riconoscere le fibre. È capire chi paga e chi ritira i materiali selezionati prima che i regimi EPR rendano obbligatoria la raccolta e il riciclo. Plures lo dice senza ambiguità: il Textile Hub non nasce soltanto per gestire meglio i rifiuti tessili, ma per costruire una filiera nella quale ciò che oggi viene scartato possa tornare a essere materia prima. Fino a quando la domanda di materia prima seconda non sarà garantita dalle scadenze EPR del 2027-2028, la selezione produrrà materiali in cerca di acquirente.
Osservato da vicino, il Textile Hub è un banco di prova: la tecnologia per riconoscere e separare le fibre esiste già, ma il suo valore industriale dipenderà dalla capacità di trasformare la selezione in materia prima realmente richiesta. E questo passaggio, per ora, è ancora affidato a un mercato che le norme EPR non hanno ancora reso obbligatorio.




