Il ritorno del rapace nel santuario cambogiano arriva dopo due episodi di avvelenamento che ne avevano segnato il destino
Per la prima volta in dieci anni, la ricomparsa di un avvoltoio dal dorso bianco (Gyps bengalensis) nel Santuario della Fauna Selvatica di Lomphat è stata registrata, in Cambogia, lo scorso giugno. L’ultima presenza documentata nel paesaggio risaliva al 2016. La specie è classificata in pericolo critico e il dato ha preso subito la forma della buona notizia. Ma ha anche un rovescio meno raccontato: per tenere in vita quel rapace, e i pochi altri che frequentano l’area, servono circa seicento dollari al mese di carcasse. La buona notizia, in sostanza, è anche un conto da pagare.
Nel 2014 e nel 2016 due episodi di avvelenamento avevano segnato il destino locale della specie: a febbraio 2014 morirono almeno sedici avvoltoi, a settembre 2016 almeno altri tre. Da allora, nessuna registrazione. Quel silenzio decennale spiega perché un singolo avvistamento sia stato accolto come una conferma di ripresa, non come un semplice passaggio.
Dieci anni, un avvoltoio, due piccoli
Il censimento dello scorso giugno non ha visto solo l’avvoltoio dal dorso bianco. Ha contato anche cinque avvoltoi testarossa, due dei quali giovani: un segnale di riproduzione riuscita dentro il santuario. È questo il dato che dà spessore all’annuncio: non un esemplare isolato in transito, ma un’area che, almeno per un’altra specie minacciata, funziona come sito di nidificazione. Come ricostruito da un aggiornamento firmato da Legrand e colleghi, i censimenti degli avvoltoi in Cambogia coprono un decennio, da marzo 2014 a dicembre 2024: un arco abbastanza lungo per distinguere un ritorno da un rumore di fondo.
Eppure quel ritorno arriva dopo una storia segnata dal veleno. Perché a Lomphat gli avvoltoi erano spariti? La sequenza è nota: due avvelenamenti, una popolazione già fragile, dieci anni di vuoto. Ora il vuoto si è interrotto. Resta da capire su che basi.
La specie è in salvo? Dipende da una mucca al mese
Il ritorno non si spiega soltanto con la fine dei veleni. Nel santuario manca la base alimentare naturale. Secondo le valutazioni della Wildlife Conservation Society, la principale minaccia per gli avvoltoi in Cambogia è la limitata disponibilità di cibo, perché il numero di grandi ungulati selvatici, la fonte primaria di cibo per questi uccelli, è relativamente basso. Detto altrimenti: la Cambogia oggi non ha abbastanza carcasse selvatiche per sfamare da sola i suoi avvoltoi.
Da qui nasce il meccanismo dei cosiddetti ristoranti per avvoltoi: la fornitura di una carcassa di animale domestico, di solito una mucca, in un sito adatto all’interno dell’areale. Non si tratta di una misura simbolica. Il fabbisogno è di una mucca al mese per nutrire gli uccelli, con un costo di circa 600 dollari USA. Gli avvelenamenti, intanto, sono diminuiti in modo netto: secondo i dati riportati da Bou Vorsak, si è passati da più di trenta casi all’anno a uno-tre episodi annui. È un risultato reale, non un comunicato. Ma non chiude il problema.
Il paradosso è tutto qui: una specie in pericolo critico è tornata dove mancava dal 2016 e, per restarci, dipende da una filiera artificiale di rifornimento alimentare. NatureLife Cambodia ha legato il ritorno al miglioramento delle condizioni dell’habitat e alla garanzia di una fonte di cibo affidabile. Vero, con una precisazione: quella fonte di cibo affidabile non è la disponibilità naturale di prede selvatiche, è un ristorante. Se anche il costo di una carcassa al mese sembra piccolo, cosa succede quando non è più sostenibile?
E ora? Il conto di una rinascita artificiale
Il caso cambogiano non è isolato. Già nel 2006, India, Nepal e Pakistan hanno introdotto il divieto di produzione e importazione di diclofenac veterinario. Quei divieti hanno rimosso una minaccia specifica, ma non hanno ricreato le prede selvatiche. A livello nazionale, intanto, la Cambogia ha registrato 163 avvoltoi nel 2025: un numero contenuto, che racconta quanto margine esista tra la sopravvivenza e la scomparsa.
Quanto può durare una specie in pericolo critico se la sua dieta dipende da un ristorante? È la domanda che il ritorno a Lomphat lascia aperta. Il Gyps bengalensis non ha riconquistato un ruolo ecologico: ha trovato una postazione di alimentazione. La differenza non è di poco conto.
Il ritorno del Gyps bengalensis non chiude il problema. È una tregua fragile, pagata mese per mese. Il vero banco di prova non sarà il prossimo censimento, ma la ricostituzione delle prede selvatiche. Finché quella non arriva, ogni avvoltoio avvistato resta una voce di spesa prima ancora che una popolazione.




